(Beppe Sala, sindaco di Milano)
in foto: (Beppe Sala, sindaco di Milano)

Milano pigliatutto. Se non fosse stato per la beffa dell'Ema (Agenzia europea del farmaco) e per la parziale sconfitta per quanto riguarda la Conferenza mondiale sul clima Cop26 si potrebbe parlare di un en plein. Dall'assegnazione dell'Expo 2015 in poi il capoluogo lombardo sembra aver ritrovato lo smalto degli anni del Boom economico, collezionando una serie di successi, uno dietro l'altro, aggiudicandosi eventi e riconoscimenti internazionali e "sfilando" ad altre città anche rassegne in un certo senso storiche. L'ultimo esempio, quello più recente, è legato al Salone all'aperto dell'auto "Parco Valentino" che il prossimo anno, come indicato dagli organizzatori, lascerà Torino per spostarsi in Lombardia (l'evento inaugurale dovrebbe tenersi a Milano) per la sua sesta edizione. A proposito di questo "scippo" c'è da dire che, più che ai meriti di Milano, il trasferimento sembra essere dovuto ai demeriti e alla miopia degli amministratori pubblici torinesi, come si evince anche dalle polemiche interne alla giunta Appendino di cui si legge in queste ore. In ogni caso fa un certo effetto leggere che una rassegna che, anche nel nome, era espressione dello stretto rapporto tra Torino e i motori (al Castello Valentino, nell'omonimo parco, si tenne la prima esposizione di automobili in Italia nel 1900), si trasferisca a poco più di 100 chilometri in quella che ormai sta diventando un'odiata rivale.

Come dimenticare, infatti, quella foto (poco veritiera) di Milano senza montagne pubblicata da una risentita Chiara Appendino all'indomani della scelta (poi risultata vincente) del Coni di candidare per le Olimpiadi invernali del 2026 il ticket Milano-Cortina, lasciando fuori Torino (e fa niente se anche in quel caso è stata più che altro l'amministrazione Cinque stelle a sfilarsi dall'idea di una candidatura italiana tra più località)? E come non ricordare la querelle tra le due città a proposito del Salone del libro, l'evento più importante dell'editoria italiana che dal 2017 deve fare i conti con la rassegna milanese "Tempo di libri" (il cui successo per la verità stenta a decollare e che ritornerà nel 2020 dopo aver saltato l'edizione di quest'anno)?

Milano è tornata a correre

Al di là dei casi specifici che vedono contrapposte Milano e Torino, dal 31 marzo del 2008 il capoluogo lombardo sembra aver decisamente cambiato marcia rispetto al resto dell'Italia. Quel giorno il Bie (Bureau international des expositions) assegnò a Milano l'Expo 2015 ai danni della turca Smirne. E da allora il capoluogo lombardo è tornato, nel bene e nel male, a correre come era successo negli anni del Boom economico. Alcune delle più importanti rassegne per cui Milano è ricordata come la "capitale di" qualcosa hanno le radici in quegli anni: nel 1958 venne istituita la Settimana della moda, kermesse che si ripete per due volte all'anno e che fa rientrare Milano nelle quattro città più importanti al mondo del settore. Mentre nel 1961 si tenne la prima edizione del Salone internazionale del mobile, ad oggi l'evento più importante della città che le ha fatto guadagnare il titolo di "capitale del design". Altre rassegne ancora sono più antiche: come l'Eicma, il Salone internazionale del ciclo e del motociclo la cui prima edizione risale al 1914. Qualcuna invece è più recente: come il Milano Film Festival, che si tiene dal 1996. Manifestazioni e rassegne si ripetono: come saprà chi vive a Milano si è ormai perso il conto delle "Settimane" (o meglio, delle "Week") dedicate a qualcosa. Che, al netto delle strategie di marketing, sono il segno innegabile di un dinamismo che altrove, in Italia, non si vede. Un dinamismo che, al di là degli eventi in sé, investe anche altre dimensioni che poi trasformano in maniera evidente e concreta la città: le infrastrutture (sono in corso i lavori per la M4, la quinta linea della metro, e i prolungamenti delle linee M5 e M1), le grandi riqualificazioni urbane (i casi più eclatanti sono l'area di Porta Nuova e Citylife, ma sono da citare anche l'area della Fondazione Prada e i progetti, in divenire, che riguarderanno gli ex scali ferroviari), l'edilizia residenziale.

Il prezzo di una corsa sfrenata è di lasciare indietro anche gli stessi milanesi

In questa corsa sfrenata, che prosegue indipendentemente da quale sia il colore politico delle amministrazioni che si succedono (molti dei progetti conclusi o in essere, come ad esempio l'Expo o Citylife, sono iniziati sotto le giunte di centrodestra di Gabriele Albertini e Letizia Moratti e poi sono proseguiti con Giuliano Pisapia e Beppe Sala), il rischio che corre la città (e che è già, in parte, in atto) è quello di lasciare indietro non solo le altre città italiane, ma anche e soprattutto i suoi cittadini. Che, è vero, beneficiano di una città più bella, dinamica, più internazionale, al top nelle classifiche delle smart cities, della qualità della vita, della produttività e del livello salariale: ma al tempo stesso fanno i conti (letteralmente) con l'altro lato della medaglia di tutti questi primati. E cioè la speculazione, che porta all'aumento vertiginoso dei prezzi per affittare o acquistare una casa. E in generale un costo della vita (e in questo si innestano anche le polemiche sull'aumento del biglietto dei mezzi pubblici a due euro) talmente elevato che fa sì che non tutti, alla fine, possano godere appieno dei vantaggi e delle opportunità che la città offre. Nonostante i proclami dei politici cittadini, a Milano resta una netta separazione tra il centro e le periferie, intese più in senso sociale che geografico (con la riqualificazione, per alcuni gentrificazione, anche in periferia iniziano a sorgere palazzi extra-lusso con appartamenti a costi spesso proibitivi). Non tutti riescono a stare al passo della città, dei suoi ritmi, dei suoi costi: è questo quello che gli amministratori cittadini devono tenere a mente. La corsa sfrenata di Milano è, in linea di massima, una buona notizia: una città che non ha paura di continuare a sognare, scrivevamo in occasione dell'assegnazione delle Olimpiadi invernali 2026. Ma una città non vive senza i suoi abitanti: ed è dunque fondamentale che, in questa corsa, Milano non si dimentichi dei suoi cittadini, soprattutto di quelli che già adesso arrancano.