E dunque, Beppe Sala è indagato. Per la terza volta, da quando è finito sotto i riflettori come commissario unico di Expo 2015 prima e sindaco di Milano poi, carica dalla quale adesso si è autosospeso (ma bisognerà capire cosa deciderà il prefetto Alessandro Marangoni). Nelle altre due occasioni le accuse (per l'affidamento diretto di un bando a Eataly e per la casa in Svizzera "dimenticata") furono archiviate. Ma ora il "fantasma di Expo" di cui avevamo già parlato in un altro articolo torna a perseguitare il primo cittadino. Lo fa materializzandosi in due accuse: falso ideologico e falso materiale, che Sala avrebbe commesso da "capo" dell'Expo relativamente alla vicenda della Piastra dei servizi. Cioè l'appalto più importante dell'Esposizione universale: base d'asta di 272 milioni, ma aggiudicato per "soli" 149 milioni dall'impresa Mantovani. Un maxi-ribasso del 41,8 per cento che aveva sbaragliato concorrenti come Impregilo e fatto mugugnare tanti. Perché poi, tra varianti grandi e piccole, i costi erano comunque lievitati, avvicinandosi alla base d'asta.

I dubbi degli investigatori erano già emersi.

Possibile che nessuno tra stazione appaltante (Expo) e direzione lavori (Infrastrutture lombarde Spa) abbia "dubitato" e controllato la congruità del prezzo offerto dalla Mantovani? Questa la domanda che si sono posti gli inquirenti. E che aveva in realtà già trovato qualche risposta. Secondo gli investigatori del Nucleo di polizia tributaria l'allora amministratore delegato di Expo Sala, l'allora responsabile unico del procedimento Carlo Chiesa e l'allora general manager Angelo Paris non avrebbero tenuto un comportamento "irreprensibile e lineare": "Con gradi di responsabilità diversi attraverso le loro condotte fattive ed omissive hanno comunque contribuito a concretizzare la strategia volta a danneggiare indebitamente la Mantovani per tutelare e garantire, si ritiene, più che la società Expo 2015 Spa il loro personale ruolo all'interno della stessa".

Dal poco tempo per Expo al tempo "lungo" delle indagini.

Lo stesso Sala avrebbe poi detto all'allora direttore generale di Infrastrutture Lombarde spa Antonio Rognoni (per la cronaca, l'unico che ha affrontato un processo, in cui è stato condannato, per la vicenda della cosiddetta "Cupola degli appalti") che "non avevano tempo per potere" verificare la congruità dei "prezzi che erano stati stabiliti da Mantovani" e "per verificare se l'offerta era anomala o meno". Dichiarazioni presenti in un verbale di Rognoni.

Il tempo, dunque. Un elemento che in questa storia sembra ritornare di continuo in diverse chiavi. Con i ritardi che si erano accumulati prima dell'Expo, ad esempio, non c'era più tempo da perdere per evitare all'Italia una "figuraccia" in mondovisione (poi, certo, c'è stato il centro di Milano messo a ferro e fuoco da alcuni violenti infiltrati tra i No Expo, ma la politica era altrove). Al contrario, il tempo per le indagini sulla Piastra sembra essersi dilatato: l'inchiesta è iniziata nel 2012, e adesso a quattro anni di distanza spunta il nome di Beppe Sala tra gli indagati. Perché? Proviamo a tornare un po' indietro nel tempo.

Le parole di Renzi sulla "sensibilità istituzionale" della procura di Milano.

L'iscrizione di Beppe Sala nel registro degli indagati arriva pochi giorni dopo le dimissioni di Matteo Renzi da presidente del Consiglio. Lo stesso Renzi che, ad agosto 2015, dal Giappone aveva rilasciato questa dichiarazione: "L’Expo non doveva esserci ma si è fatto grazie a Cantone e Sala, grazie ad un lavoro istituzionale eccezionale, grazie al prefetto e alla procura di Milano che ringrazio per aver gestito la vicenda con sensibilità istituzionale". In tanti si sono chiesti a cosa si riferisse Renzi. Secondo quanto scriveva Frank Cimini sul blog Giustiziami si trattava di un "pubblico ringraziamento al capo della procura di Milano Edmondo Bruti Liberati", in riferimento a una sorta di "moratoria sulle indagini con l’evento in corso".

Bruti Liberati (in pensione da novembre 2015, a Expo finito) ha avuto un lungo e duro contenzioso con il procuratore aggiunto Alfredo Robledo. Una "guerra" interna nei corridoi della procura di Milano finita con il trasferimento d'ufficio di Robledo a Torino. Motivo principale del contendere? Proprio l'inchiesta sulla Piastra, che fu "tolta" da Bruti Liberati a Robledo, estromettendolo dagli interrogatori principali dell'inchiesta. Era il 2014 (per la cronaca, alla fine il Csm ha dato ragione a Robledo, ma quando ormai i giochi erano fatti).

La cronologia degli eventi.

Proseguiamo con la nostra cronologia: l'indagine sulla Piastra prosegue, condotta dai pubblici ministeri Paolo Filippini, Roberto Pellicano e Giovanni Polizzi. Le ipotesi di reato sono corruzione e turbativa d'asta, e riguardano cinque persone: gli ex manager Expo Angelo Paris e Antonio Acerbo (in passato arrestati l'uno per la "Cupola degli appalti" e l'altro per le "Vie d'acqua", sono usciti dal procedimento patteggiando entrambi), Piergiorgio Baita (presidente della società Mantovani) e gli imprenditori della società Socostramo, Erasmo e Ottaviano Cinque.

A febbraio di quest'anno però la procura di Milano chiede l'archiviazione del caso. A questa richiesta si oppone a fine ottobre il giudice per le indagini preliminari Andrea Ghinetti, che in sostanza chiede che si approfondiscano le indagini. Ma in quel momento subentra la procura generale (ufficio distinto presso la Corte d'appello) che avoca a sé le indagini. Il gip concede prima 30 giorni di proroga, che scadono in questi giorni e portano il nuovo magistrato che coordina le indagini, il sostituto procuratore generale Felice Isnardi, a chiedere altri 6 mesi per indagare: necessari considerando la mole del materiale raccolto e gli approfondimenti da effettuare. Proprio nella richiesta di proroga figurano i nuovi indagati: oltre a Sala ci sarebbe anche il legale rappresentante del gruppo Pizzarotti di Parma, indagato per tentata turbativa d'asta.