Il 25 gennaio del 2018 mancava qualche minuto alle sette del mattino quando il treno 10452 partito alle 5.32 da Cremona e diretto a Milano Porta Garibaldi terminò la sua corsa a Pioltello accartocciato e spezzato, dopo lo svio di tre carrozze su cinque, il deragliamento e l’impatto sui pali dell’alta tensione: tre donne uccise, quarantasei persone ferite, decine di viaggiatori traumatizzati. Nell’era della comunicazione social, la notizia dell’incidente arrivò prima ancora che facesse luce sul giorno: conservo ancora il ricordo di chi mi scrisse per assicurarsi che non fossi coinvolta, io che a quell’ora viaggio in effetti su un treno, ma su binari diversi. Come ogni pendolare, però, non posso dimenticare come, alla schiettezza con cui gli amici chiedevano rassicurazioni scandagliando la rubrica, si stesse contrapponendo la fumosità (che ancora permane) sulle cause, sugli sviluppi e sull’esistenza stessa di quell’incidente da parte delle aziende coinvolte: per lunghissime ore, che diventarono quasi due giorni, furono usate le parole "inconveniente tecnico" per gli annunci di prevedibili disagi, soppressioni e ritardi. Solo più tardi si sarebbe parlato di incidente ferroviario, quando ormai tutto si sapeva, meno che di chi fosse la responsabilità.

Dopo un anno è scattata la rimozione del disastro

Qualche comitato e qualche sindaco parla di scaricabarile e rimpallo delle colpe. Dopo un anno mi sembra più opportuno parlare di rimozione. Come i binari incriminati, stoccati in un deposito a rischio ruggine, come le lamiere con le macchie di sangue sulla fiancata, così è stato rimosso ogni dibattito sulla sicurezza ferroviaria e sul livello del servizio del trasporto pubblico locale. Se la verità processuale dovrà essere stabilita sulla base di indagini e perizie della magistratura e con i tempi della giustizia, è pur vero che invece i pendolari aspettano, ormai da un anno, informazioni e rassicurazioni sul livello di manutenzione delle infrastrutture e sull’efficacia delle tecnologie di sicurezza. Né Rfi (Rete ferroviaria italiana), che gestisce l'infrastruttura, né Trenord, che si occupa del traffico ferroviario, si sono sentite in dovere di spiegare almeno un provvisorio perché di quel dramma: nessuna comunicazione è stata dedicata alla platea di viaggiatori che paga regolarmente biglietti e abbonamenti, nonostante un servizio spesso non all’altezza delle tariffe.

Negli ultimi mesi le condizioni dei pendolari sono peggiorate

Eppure la chiarezza avrebbe forse potuto mitigare i malumori dei pendolari che, negli ultimi mesi, hanno assistito al peggioramento delle condizioni di viaggio, con aumenti di disagi e ritardi: nel 2018 Trenord è stata costretta a rimborsare i pendolari di diverse direttrici con bonus sugli abbonamenti per non aver garantito gli standard minimi di affidabilità del servizio. Quali erano, quali sono, le cause di questi disagi? Forse la carenza di organico che l’amministratore delegato Piuri ha finalmente ammesso in audizione al Consiglio Regionale lombardo, nel presentare la situazione problematica del servizio? Oppure una maggiore attenzione ai controlli alle infrastrutture, già richiesta dall’Agenzia Nazionale per la Sicurezza Ferroviaria nel rapporto 2016 in cui si evidenziavano le carenze manutentive nella gestione di Rfi?

Intanto un anno è passato, e non è dato sapere quanti dei viaggiatori presenti sul convoglio 10452 quel 25 gennaio abbiano ritrovato la forza di obliterare il biglietto o acquistare l'abbonamento, e salire ancora su un treno. Anche a questo vale la campagna lanciata dai pendolari, #intrenoconnoi: a chiedere giustizia e verità su quell'incidente di Pioltello a ricordare Pierangela Tadini, Ida Maddalena Milanesi e Alessandra Giuseppina Pirri, che il treno non possono prenderlo più, e a sensibilizzare sulle condizioni di viaggio di chi il treno lo prende ancora. Chi ogni giorno sale su treni, spesso sovraffollati, spesso in ritardo, ogni tanto manda il pensiero a quella mattinata fredda e buia, alle coincidenze prese e a quelle perse, a come il destino possa cambiare da un attimo all'altro, per colpa di una sveglia che suona puntuale o grazie a un'influenza che non vuole passare. Poi però chiede alla paura di tacere e allunga il passo per arrivare in stazione prima che parta la corsa.