La Commissione del Cio a Palazzo Marino. Nella foto il governatore della Lombardia Attilio Fontana e il sindaco di Milano Beppe Sala (Archivio LaPresse)
in foto: La Commissione del Cio a Palazzo Marino. Nella foto il governatore della Lombardia Attilio Fontana e il sindaco di Milano Beppe Sala (Archivio LaPresse)

L'attesa volge ormai al termine: lunedì 24 giugno Milano saprà se ospiterà le Olimpiadi invernali 2026 in tandem con Cortina d'Ampezzo. Le aspettative sono altissime, anche se il sindaco del capoluogo lombardo, Beppe Sala, negli ultimi giorni si è mostrato molto cauto ipotizzando uno scontro alla pari "50 e 50", con l'unica altra candidata: Stoccolma. Ma è inutile negare che i Giochi olimpici invernali potrebbero rappresentare per Milano un'occasione unica per consolidare il proprio ruolo di capitale economica del Paese – "Qui si genera il 10 per cento del Pil nazionale", ha detto Sala recentemente – e anche per consolidare la propria crescita in termini di attrattività turistica, settore che da anni a Milano registra un trend positivo: nel 2018 i turisti in città hanno sfiorato i sette milioni, in costante crescita dall'anno dell'Expo.

Le Olimpiadi invernali arriverebbero – il condizionale è d'obbligo, soprattutto dopo la batosta dell'Ema (Agenzia europea del farmaco) assegnata ad Amsterdam – 11 anni dopo l'Esposizione universale del 2015. E tra le due manifestazioni ci sarebbe, nel caso, un continuum sottolineato anche nel dossier di candidatura: "Da un punto di vista strategico, i Giochi rappresentano anche una pietra miliare nel percorso di sviluppo che l’Italia ha già intrapreso ospitando l’Expo 2015", si legge nel documento presentato al Cio. Si può ben immaginare come Beppe Sala, già "regista" dell'operazione Expo (venne nominato commissario unico dal governo dopo anni di impasse ed è riuscito a rispettare – non senza incidenti di percorso e pagando in prima persona – le scadenze, sfida che molti giudicavano persa già in partenza), voglia mettere la sua firma anche su un'impresa che sarebbe storica: Milano non ha mai ospitato un'edizione delle Olimpiadi invernali, a differenza di Cortina che ospitò i Giochi olimpici invernali nel 1956.

Le insidie del modello Expo da evitare

Se le sirene (nel senso di quelle ammaliatrici) delle Olimpiadi sono piuttosto chiare, vi sono altre sirene (quelle delle forze dell'ordine) da scongiurare. Il "modello Expo", benefico per certi aspetti, ha indubbiamente prodotto anche storture e "veleni" che sono finiti in diverse inchieste della magistratura. Ne sa qualcosa proprio lo stesso Sala, sul quale tuttora pende una richiesta di condanna da parte della procura generale per la vicenda della Piastra, il maxi appalto da 272 milioni di euro. Va detto che gli investimenti per gli Olimpiadi, anche per via del "nuovo corso" e delle nuove regole enunciate dal Cio, anche se significativi (qui, nel dettaglio, le ricadute dei Giochi su Milano), saranno comunque più contenuti rispetto all'Expo: basti pensare che a Milano le opere più importanti saranno il Villaggio olimpico in zona Porta Romana (investimento stimato in 100-113 milioni di dollari) e il nuovo PalaItalia Santa Giulia (investimento stimato: 69,5-79,5 milioni di dollari), che – è notizia recente – verrà costruito indipendentemente dalle Olimpiadi.

Ma non ci si può comunque dimenticare di come, nonostante i protocolli su legalità e anticorruzione, Expo abbia prodotto la famigerata "cupola degli appalti" che aveva fatto gridare a una nuova Tangentopoli e abbia messo a dura prova il sistema dei controlli, con 64 interdittive antimafia (di cui due poi annullate) emesse dalla prefettura. Perché, com'è ovvio, dove ci sono i soldi e le grandi opere si annida anche l'interesse criminale. Il rischio non è rappresentato solo dalla criminalità organizzata, ma anche, più in generale, da quello che Raffaele Cantone ha definito il "male italiano": la corruzione. Milano e la Lombardia, i loro politici e tutta la classe dirigente, in caso di vittoria il 24 giugno faranno bene a non pensare di essere immuni dal virus: la recente inchiesta "mensa dei poveri", che ha coinvolto un consigliere comunale milanese e un sottosegretario regionale, deve servire in questo caso da monito.

Una sconfitta imporrebbe una riflessione sulla narrazione di Milano

E in caso di sconfitta? Il rischio c'è. Troppo recente la scottatura dell'Agenzia europea del farmaco, che Milano si è vista soffiare al fotofinish (con un sorteggio e un'infinita coda di polemiche) dai Paesi Bassi. In caso di vittoria di Stoccolma vale il discorso opposto a quello che abbiamo fatto finora. Il percorso intrapreso da Milano con l'Expo subirebbe inevitabilmente una battuta d'arresto e si imporrebbe una riflessione sia sulla narrazione della Milano come metropoli internazionale, sia sul perché i segnali positivi che pur si riscontrano (si vedano, come sopra, anche i dati su turismo e Pil) non si dimostrino, alla prova dei fatti, così efficaci quando si tratta di competere con altre realtà europee. Una riflessione che magari condurrà anche fuori dai confini cittadini: perché qualcuno forse ipotizzerà (com'era già avvenuto per l'Ema) che ciò che manca davvero a Milano è in realtà solo un governo adeguato alle sue spalle.