Sei giorni, quelli persi senza prendere una decisione che avrebbe potuto salvare migliaia di vite. Tre mesi, passati tra polemiche e accuse reciproche di Governo e Regione Lombardia sulle responsabilità per quell'ordine mai arrivato. Decine di ore, quelle degli interrogatori davanti ai pubblici ministeri di Bergamo. Che, dopo aver sentito come persone informate sui fatti i vertici lombardi, hanno convocato anche i ministri e il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

La tragica storia della zona rossa di Alzano Lombardo e Nembro, al centro della Val Seriana stravolta dal coronavirus, si può sintetizzare con i numeri che scandiscono il tempo delle tre fasi della vicenda. Quello che è successo prima dell'ecatombe: la mancata decisione, quando l'esercito era già sul posto e pronto a chiudere le strade. Ciò che è avvenuto durante l'emergenza: lo scontro politico tra Milano e Roma (e tra Lega e partiti di maggioranza in parlamento). Gli ultimi sviluppi (per ora) con l'inchiesta della magistratura bergamasca, che ha ricevuto decine di esposti da parte delle famiglie delle vittime del virus.

Gli inquirenti con le loro domande tornano indietro di tre mesi, ai primi giorni di marzo. Quando le zone rosse già create a Codogno e Vo' Euganeo iniziano a dare buoni risultati e le autorità sanitarie e l'opinione pubblica invocano una misura simile anche per la Val Seriana, dove il conto dei morti cresce in modo esponenziale. Già è chiaro agli addetti ai lavori che il focolaio partito dall'ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano Lombardo si è diffuso in modo incontrollato nei paesi.

 

Succede tutto in pochi giorni: il 3 marzo l'impennata di casi viene confermata dall'assessore lombardo Giulio Gallera. "Stiamo valutando l’opportunità di estendere la zona rossa sulla base di alcuni criteri epidemiologici, geografici e di fattibilità della misura”, spiega il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro.

A questo punto ogni giorno è buono per il lockdown della valle. Ma non succede niente. Il 4 e il 5 marzo passano nell'attesa. Il 6 marzo Fanpage.it raccoglie la rabbia dei cittadini spaventati che chiedono: "Il governo si decida". Ma da Roma non arriva il via libera e nemmeno il governatore Fontana, che secondo l'esecutivo ne avrebbe la possibilità, si muove. È infine il decreto del presidente del Consiglio che impone il lockdown a tutta la Lombardia e ad altre province a sancire l'isolamento anche in Val Seriana. Ma è troppo tardi. 

 

Perché la zona rossa non è stata creata in tempo? C'è stata una pressione da parte degli industriali per evitare la chiusura delle attività? Sono le domande che i magistrati di Bergamo, il procuratore aggiunto Maria Cristina Rota e i pm Paolo Mandurino e Silvia Marchina, hanno posto nel corso degli interrogatori. Prima all'assessore Gallera, sentito per oltre tre ore anche su altre questioni, tra cui le Rsa, poi il 29 maggio al governatore Fontana, duramente contestato dai bergamaschi, quindi il 4 giugno al presidente dei Confindustria Lombardia, Marco Bonometti. Quest'ultimo ha detto agli inquirenti che sì, Confindustria era contraria al lockdown, ma non avrebbe fatto pressioni.

Anche Fontana ha affermato davanti ai pm di non essersi fatto influenzare dai timori degli industriali. Parole che si scontrano con quelle del suo vice, Fabrizio Sala, che in un'intervista a Fanpage.it dava una versione diversa e spiegava: “Abbiamo chiesto loro quali attività potevano essere chiuse”. Anche sulla possibilità della Lombardia di imporre la quarantena la giunta regionale si è contraddetta: dopo aver sostenuto di non avere la possibilità, alla fine l'assessore Gallera ha ammesso che anche la Regione poteva intervenire. Per queste parole è stato poi corretto da Fontana, che ha parlato di uno sbaglio.

 

Un po' a sorpresa, dopo il colloquio con il presidente lombardo, il procuratore aggiunto Maria Cristina Rota ha dichiarato alla stampa che la decisione di istituire una zona rossa sarebbe spettata al governo. Di fatto una conferma della versione di Palazzo Lombardia, secondo cui l'autorità regionale non era intervenuta perché in attesa di un intervento governativo.

Dopo queste parole è parso probabile che anche gli esponenti dell'esecutivo potessero finire davanti ai pm. E la conferma è arrivata il 10 giugno con la convocazione del premier e dei ministri Roberto Speranza e Luciana Lamorgese. Gli inquirenti si sono infatti spostati a Roma per sentire anche i tecnici, tra cui il presidente dell'Iss, Silvio Brusaferro, e il consulente del governo Walter Ricciardi.

 

Conte ha commentato la notizia della convocazione con tranquillità: "Le cose che dirò come persona informata sui fatti non le posso anticipare, riferirò tutti i fatti a mia conoscenza. Non sono affatto preoccupato, sono sereno, non è un atteggiamento di arroganza. Ci confronteremo venerdì, riferirò tutti i fatti di cui sono a conoscenza".

Al netto delle dichiarazioni, tutti i protagonisti si giocano molto sul caso giudiziario della zona rossa. Le immagini delle colonne di camion dell'esercito che trasportavano decine di bare sono diventate il simbolo della catastrofe. La ricostruzione delle responsabilità per gli errori commessi a Bergamo è dovuta ai parenti delle vittime e a tutto il Paese, che attende di sapere la verità su quei giorni di inizio marzo. Da questa indagine, potrebbe dipendere molto del giudizio futuro sui mesi dell'epidemia.