Chiudere tutto. È l'ultimo passo minacciato dai vertici di Regione Lombardia. Con l'avanzare dell'epidemia del coronavirus, a un mese dall'inizio dell'emergenza, si inizia a prendere in considerazione l'ipotesi di nuove misure ancora più restrittive: divieto di fare sport all'aperto, orari ridotti per i negozi di alimentari, stop a tutte le attività produttive.

Qualcosa di molto simile alla zona rossa, l'area in quarantena totale adottata con buoni risultati alla fine di febbraio in undici comuni della provincia di Lodi e a Vo' Euganeo in provincia di Padova. In queste aree, grazie all'isolamento totale imposto alla popolazione, la diffusione del virus ha rallentato in modo importante. Al contrario nelle province di Brescia e Bergamo i contagiati da poche centinaia sono diventati molte migliaia, con un numero enorme di decessi. Hanno colpito tutti le immagini della colonna di camion militari che portava via da Bergamo decine di salme che non potevano avere sepoltura per il numero troppo elevato di funerali da celebrare. Anche Milano è sempre più minacciata dall'epidemia: il 19 marzo sono 3.278 i casi di cui 1378 in città.

Ma come si è arrivati a questo punto? La tragedia che ha sconvolto la Lombardia orientale era inevitabile? L'ipotesi di costituire una zona rossa bergamasca è stata sollevata più volte, con il sostegno dell'Istituto superiore di sanità. Perché si è deciso di non adottarla? Di chi è la responsabilità?

Per provare a capire cosa sia successo bisogna tornare indietro di qualche settimana. All'inizio di marzo, a una decina di giorni dal primo caso di covid-19 individuato a Codogno, inizia a essere chiaro che nell'area di Alzano Lombardo e Nembro, in Val Seriana, c'è un numero molto alto di casi. Il 3 marzo l'assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera, dichiara: "C'è un forte aumento dei casi, abbiamo inviato i dati all'Istituto superiore della sanità. Se ci dicono che l'unico modo è di istituire un'altra zona rossa, ne prendiamo atto. A noi interessa la salute dei cittadini”. A quel punto in tutta la Lombardia i contagiati sono 1326, di questi 372 sono in provincia di Bergamo. Una situazione già grave, ma non ancora deflagrata. Nei successivi quindici giorni il numero dei contagi nella Bergamasca aumentano di dieci volte fino ai 4.645 casi del 19 marzo.

Un'esplosione prevista dall'Iss, che consiglia di adottare la misura più restrittiva. Due giorni dopo Gallera dichiara: “L’Iss dice che nella bergamasca sarebbe opportuno una zona rossa, noi condividiamo, è il governo che deve prendere questa decisione". I contagi in provincia sono saliti intanto a 423. Passa un'altra giornata e nessuno si muove. Venerdì 6 marzo Silvio Brusaferro, presidente Iss, spiega che la valutazione è ancora in corso: “La Regione ha sottoposto questo tipo di problematica e il comitato tecnico scientifico sta lavorando attentamente per capire se ci sono eventuali provvedimenti da adottare. Siamo in fase di analisi".

Intanto gli abitanti della zona convivono con la paura di ammalarsi e il timore di vedere paralizzata l'economia locale. Solo ad Alzano ci sono grandi aziende come la Polini, che fattura 60 milioni di euro all'anno e ha 150 dipendenti, e la Persico, famosa per aver realizzato lo scafo di Luna Rossa, che fattura più di 100 milioni di euro all'anno e ha circa 500 dipendenti. La Pigna, che produce quaderni e materiale scolastico. Confindustria avverte che un’eventuale zona rossa riguarderebbe circa 3.700 dipendenti in 376 aziende, per complessivi 680 milioni l’anno di fatturato.

L’andamento dei contagi a Bergamo e Brescia (fonte: Aria – Regione Lombardia)
in foto: L’andamento dei contagi a Bergamo e Brescia (fonte: Aria – Regione Lombardia)

Nessuno sembra essere disposto a prendersi la responsabilità di mettere in crisi un'area produttiva di queste dimensioni. Così si aspetta. Non sceglie il governo, che potrebbe imporre misure drastiche. Non sceglie la Regione, che potrebbe intervenire con un'ordinanza come poi sarà fatto da Campania ed Emilia Romagna per delimitare le aree dei focolai. Non scelgono nemmeno i sindaci, che spesso hanno timore di bloccare i mercati, chiudere i bar e imporre divieti.

Il 7 marzo arriva il primo decreto del governo che impone la “zona arancione” a tutta la Lombardia con importanti limitazioni dei movimenti. La soluzione di compromesso fa sì che il dibattito sulla zona rossa della Bergamasca venga momentaneamente accantonato.

Ma si è perso troppo tempo e non è stato fatto abbastanza: i risultati sono catastrofici e si manifestano nell'arco di una settimana. In provincia di Bergamo il 9 marzo i contagiati sono 2.100, il 12 marzo sono diventati 3.200, il 15 marzo sono 4mila, il 19 marzo sono 4.645. Il numero dei morti è difficilmente calcolabile. Muoiono centinaia di persone, anziani ma non solo, negli ospedali o a casa. Sono almeno 300 le vittime in una settimana. Le onoranze funebri vanno in tilt, il forno crematorio ha una lista di attesa di una settimana. Alla fine l'esercito deve intervenire e portare via decine e decine di bare. Una tragedia mai vista prima dai tempi della guerra.

Anche nella provincia di Brescia l'epidemia prende il largo. Dai 180 casi del 2 marzo si passa ai 463 del 5 marzo, quindi la curva schizza in su: 1.400 casi il 9 marzo, 2.800 casi il 12 marzo, fino ai 3.800 del 17 marzo e ai 4.247 del 19 marzo.

Si torna quindi paradossalmente al punto di partenza: governatore e sindaci scrivono al governo per chiedere misure più restrittive per fermare il contagio. La stessa richiesta già fatta all'inizio di marzo senza una risposta. Se allora tutti – governo, regioni, sindaci – avessero avuto il coraggio di adottare misure impopolari, forse ora non ci troveremmo in questa situazione. Il costo dell'esitazione rischia di essere di centinaia, se non migliaia, di morti.