Bettino Craxi (Archivio Lapresse)
in foto: Bettino Craxi (Archivio Lapresse)

Con l'avvicinarsi del ventennale della scomparsa di Bettino Craxi ha ripreso vigore – ma non si è mai davvero sopito – il dibattito sulla possibilità di intitolargli una via, o una piazza della sua città natale. A Milano Benedetto Craxi, per tutti Bettino, è legato in maniera strettissima, nel bene e nel male. Le dicotomie, le polarizzazioni, restano più che mai la lente per leggere la figura di Craxi, anche vent'anni dopo. E basterebbe già questa constatazione per capire perché l'idea di dedicare una via a Craxi non sia una buona idea.

Tanti, troppi, i giudizi contrastanti sulla figura dello storico segretario del Partito socialista italiano: contrapposizioni che ci sono oggi e probabilmente rimarrebbero domani, come tra dieci anni. Basta il solo scorrere del tempo per superarle e riabilitare una figura così "ingombrante" e controversa? Anche senza voler appiattire il politico Craxi sulla sua storia giudiziaria, si può comunque concedere una via, che è un riconoscimento, a chi non ha mai voluto affrontare le responsabilità scaturite dai propri errori (stabiliti in via definitiva in due processi, senza contare quelli che erano in corso al momento della sua morte)? Si può riabilitare un uomo (al di là delle varie definizioni di arrogante, "cinghialone" o "antipatico", come nel recente libro del suo braccio destro, Claudio Martelli), che non ha mai chiesto scusa per il suo operato, ma ha solo avuto il coraggio (e può essere sicuramente un merito, a livello politico) di chiamare in causa, come correi, anche gli altri protagonisti di un'intera stagione politica (nel celebre discorso del 3 luglio del 1992)?

Anche quando le sue condizioni di salute erano ormai critiche, rispetto alla possibilità di un corridoio umanitario per farlo operare in Italia Craxi rimase perentorio, fermo nel suo teorema del perseguitato politico: "Torno in Italia solo da uomo libero". Alla fine non vi tornò, e morì in Tunisia da latitante, secondo le parole dell'allora procuratore capo di Milano Francesco Saverio Borrelli. E qui insorgono gli estimatori dell'ex presidente del Consiglio: non latitante, ma esule o rifugiato politico. Oggi, grazie all'azione del tempo e all'anniversario "tondo" che tanto piace per le commemorazioni, il numero di estimatori sembra aumentare, o quanto meno fa sentire in maniera più forte la propria voce.

Milano ha vissuto la nascita, l'ascesa e la rumorosa fine del craxismo

Ma Milano, che ha visto la nascita e l'ascesa del craxismo (non dimentichiamo che uno dei tanti sindaci socialisti di Milano, Paolo Pillitteri, è il cognato di Craxi), ne ha vissuto anche la rumorosa fine, lo schianto. Fu dal Pio albergo Trivulzio che partì, con l'arresto del "mariuolo" Mario Chiesa – anche qui, Craxi non esitò a provare ad addossare la colpa di un intero sistema marcio su una sola persona, non certo un atteggiamento encomiabile – il terremoto di Tangentopoli che segnò la fine della carriera di Craxi. Non solo della sua, certo: ma solo di lui si parla. Milano racchiude dunque le ambiguità del craxismo: l'edonismo, la spregiudicatezza, il benessere (vero o solo pubblicizzato) della "Milano da bere" erano "drogati", erano alimentati da tangenti, un sistema che, va ricordato, c'era anche chi lo subiva. È a loro, alle vittime, spesso silenziose, di quel sistema, che bisognerebbe pensare un po' di più quando si discute dell'eventualità di intitolare una via a Craxi. E allora la risposta non può che essere: no, grazie.