Stefano Binda è stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di Lidia Macchi. Lo hanno deciso i giudici della Corte d'assise di Varese, condannando in primo grado alla massima pena l'ex compagno di liceo di Lidia, studentessa universitaria uccisa nel gennaio del 1987 in un bosco di Cittiglio, vicino Varese. Binda era l'unico imputato per il "cold case" di oltre 31 anni fa: era stato arrestato nel gennaio del 2016, dopo che le indagini sull'omicidio avevano ricevuto una nuova spinta decisiva grazie all'opera del sostituto procuratore generale di Milano Carmen Manfredda, che aveva avocato a sé le indagini. I giudici hanno accolto la tesi del sostituto procuratore generale Gemma Gualdi, che lo scorso 29 marzo in sede di requisitoria aveva chiesto l'ergastolo per l'imputato, contestandogli oltre all'accusa di omicidio anche l'aggravante della crudeltà – mentre hanno escluso quella dei futili motivi. Secondo i giudici della Corte d'Assise di Varese è stato dunque Binda a uccidere con 29 coltellate Lidia, dopo aver consumato con lei un rapporto sessuale consensuale: per la giovane, che frequentava gli ambienti di Comunione e liberazione come il suo assassino (almeno secondo la sentenza di primo grado), si trattava del primo rapporto.

Un poema anonimo incastra Binda

Binda, oggi 51enne, da quando era stato arrestato nella sua casa di Brebbia (Varese) nel gennaio del 2016, aveva sempre respinto le accuse. La difesa aveva citato come testi alcune persone che si ricordavano della presenza dell'allora giovane studente a un incontro dei giovani di Cl: la maggior parte dei partecipanti al raduno però non si ricordava della sua presenza. Ma a incastrare Binda sarebbe stato (si dovranno attendere le motivazioni della sentenza per capirlo nel dettaglio) il poema "In morte di un'amica". Il componimento, scritto a mano e anonimo, era stato recapitato ai genitori di Lidia il giorno dei funerali della ragazza. Nel testo secondo gli inquirenti erano contenuti dettagli che solo l'assassino della ragazza poteva conoscere. La svolta, in un caso segnato da macroscopici errori (come la distruzione di alcune prove), è arrivata quando un'amica di Binda ha riconosciuto la sua grafia nella lettera anonima mostrata durante una trasmissione televisiva. Da qui l'arresto di Binda e il processo che ha portato a una prima, pesante verità giudiziaria a oltre 31 anni dalla morte di Lidia.

Le prime reazioni

"Finalmente è stata stabilità una verità processuale che corrisponde a quella storica -, ha detto il sostituto pg Gemma Gualdi – È un giorno di dolore per tutti, famigliari della vittima ma anche per colpevole, ma è un affermazione dello Stato e di tutte le persone che hanno voluto la verità e che fanno parte di questo Stato". Molto scossa la mamma di Lidia, Paola Bettoni: "Da una parte sono contenta, dall'altra penso a una mamma che si trova con un figlio in una situazione così, io l'ho persa ma anche lei – ha detto la donna, che ha poi aggiunto – Lidia non meritava un morte così". Quasi sbigottito Stefano Binda, che alla lettura della sentenza ha guardato verso il pubblico, cercando probabilmente lo sguardo di qualcuno tra i presenti. Soddisfatto, anche se addolorato, l'avvocato della famiglia Macchi, Daniele Pizzi: "Dopo trent'anni si aspettava una sentenza, penso sia giusto innanzitutto per Lidia, per i suoi familiari e per chi ha avuto modo di conoscerla". Il legale ha poi aggiunto: "Aspettiamo la motivazione per capire che ricostruzione ha dato la Corte. Direi che resta la sofferenza di una persona che non c'è più e quella di una persona condannata al carcere a vita, sebbene in forma non definitiva. Però ritengo che questo momento fosse doveroso per Lidia".