Controinterrogatorio per Stefano Binda, 51enne ex compagno di liceo di Lidia Macchi accusato di aver ucciso, 31 anni fa, la studentessa di Comunione e liberazione. Binda, che si trova in carcere dal gennaio del 2016 ed è l'unico imputato per la morte di Lidia, ha ribadito la sua innocenza, da sempre professata, rispondendo in tribunale, a Varese, alle domande dell'avvocato della famiglia Macchi, parte civile al processo: "Sono innocente, estraneo ai fatti e non so nulla di ciò che mi viene contestato", ha detto il 51enne al legale Daniele Pizzi, che ha cercato di fare luce sull'alibi di Binda.

L'alibi: il 51enne afferma che si trovava in Piemonte il giorno del delitto

Il 51enne ha sempre sostenuto che il 7 gennaio del 1987, quando il corpo di Lidia Macchi fu trovato senza vita in un bosco di Cittiglio, vicino Varese, lui era in vacanza con il suo gruppo di Comunione e liberazione a Pragelato. Dichiarazioni confermate da un testimone, ma smentite da altri testi e dalla ricostruzione degli inquirenti. Binda ha ribadito la propria versione, aggiungendo che durante quella settimana di vacanza ricorda di aver pattinato per la prima volta sul ghiaccio ma non ricorda chi si trovasse assieme a lui. Il 51enne è in carcere sulla base di alcune prove ritenute schiaccianti dall'accusa: tra questa un poema anonimo, "In morte di un'amica", scritto secondo gli inquirenti dallo stesso Binda e che conterrebbe elementi che solo l'assassino di Lidia poteva conoscere. Questo poema venne consegnato ai genitori di Lidia il giorno dei funerali della figlia: naturalmente anche su questa prova è in corso una battaglia legale tra accusa e difensori di Binda, convinti che lo scritto appartenga a un'altra persona.