L'accusa, rappresentata dal procuratore generale Gemma Gualdi, ha chiesto il massimo della pena per Stefano Binda, accusato di aver ucciso il 5 gennaio del 1987 la studentessa di vent'anni Lidia Macchi a coltellate. Un omicidio brutale, per il quale a più di 30 anni dai fatti l'unico accusato, arrestato nel 2016, potrebbe pagare con l'ergastolo. Contestate anche le aggravanti della crudeltà e dei futili motivi.

La requisitoria finale del pg è durata quasi nove ore, ricostruendo i fatti e la vicenda processuale, a cominciare dalle 29 coltellate con cui Lidia è stata uccisa. Una vicenda rimasta a lungo avvolta nel mistero, segnata da imbarazzanti incidenti procedurali (come la distruzione di alcune prove come il liquido seminale ritrovato sul corpo della ventenne), e che ha visto i genitori di Lidia battersi per anni per ottenere la verità. In aula scorrono le immagini del corpo martoriato della ragazza e la mamma Paola non trattiene le lacrime.

La svolta è arrivata alcuni anni fa quando un'amica di Stefano Binda, Patrizia Bianchi, ha notato una sconcertante somiglianza tra grafia del cinquantenne di Brebbio e quella di una lettera anonima recapitata ai genitori il giorno dei funerali, "In morte di un'amica", in cui venivano descritti molti particolari dell'omicidio ed emergeva l'ossessione religiosa che avrebbe mosso l'ex compagno di scuola, vicino agli stessi ambienti di Comunione e Liberazione frequentati da Lidia.

"Lidia muore 20-30 minuti dopo un rapporto sessuale che per lei è il primo. L’imputato uccide una ragazza che è innamorata di lui, che sa della sua tossicodipendenza, che vorrebbe aiutarlo. – le parole durissime dell'accusa – Lidia lo ama, anche se sa che il futuro è difficile da organizzare, nella sua borsetta c’è una lettera indirizzata a un amore impossibile. Viene con crudeltà. Crudeltà in quei colpi reiterati, tanto violenti che lasciano ematomi ai bordi delle ferite, inferti per provocare la morte. La crudeltà di lasciarla lì, a morire soffocata dal suo stesso sangue".

Il corpo della ventenne viene ritrovato due giorni dopo l'omicidio Sass Pinin, nel territorio di Cittiglio, in provincia di Varese. È coperta da cartoni e nessuno apparentemente l'avrebbe più toccato. Binda ha sempre negato di essere lui l'assassino di Lidia, asserendo con convinzione di aver partecipato quella sera a un incontro dei giovani di Cl. Incontro a cui però solo due partecipanti su cinquanta dicono di ricordarselo.