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Opinioni
28 Settembre 2018
9:46

Dis-integrazione a Lodi: tutti i bimbi sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri

A Lodi, capoluogo di provincia della Lombardia, alcuni bambini sono più uguali degli altri. Il nuovo regolamento voluto dalla giunta a guida leghista ha creato una situazione discriminatoria tra famiglie italiane ed extracomunitarie, con queste ultime che non possono più produrre la sola autocertificazione per attestare l’assenza o la scarsità di redditi: servono documenti aggiuntivi che però, in molti casi, i rispettivi Paesi non riescono a produrre. Molti bimbi stranieri, così, non possono più mangiare a mensa con i loro compagni perché i loro genitori non se lo possono permettere. Sabato 29 settembre si terrà una manifestazione per ricordare che “tutti i bambini sono uguali”.
A cura di Francesco Loiacono
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La protesta delle famiglie straniere a Lodi (foto del Coordinamento uguali doveri via Facebook)
La protesta delle famiglie straniere a Lodi (foto del Coordinamento uguali doveri via Facebook)

Tutti i bambini sono uguali. Ma a Lodi, capoluogo di provincia della Lombardia, alcuni sono più uguali degli altri. Sono i figli delle famiglie italiane, che anche quest'anno possono accedere alle tariffe agevolate per le mense scolastiche e gli scuolabus grazie alle autocertificazioni presentate (come prevede la legge) dalle loro famiglie. Per i loro compagni stranieri, con almeno un membro della famiglia proveniente da un Paese extra Ue, non funziona più così: da quest'anno, grazie a un nuovo regolamento introdotto dalla giunta guidata dalla sindaca leghista Sara Casanova, alle famiglie straniere è chiesta una documentazione aggiuntiva rispetto alle autocertificazioni che attesti l'assenza (o la scarsità) di reddito nei rispettivi Paesi di provenienza. Sono proprio questi ultimi, tramite ambasciate e consolati, che devono fornire ai loro cittadini i documenti: peccato però che, in molti casi (Camerun, Togo, Nigeria, Venezuela, Ecuador, per fare degli esempi) non lo possano/vogliano/sappiano fare.

E così, 254 famiglie straniere che negli scorsi anni pagavano la tariffa minima per la mensa (circa 2 euro a bambino) o altri servizi accessori scolastici, si trovano di colpo a dover pagare il massimo: 5 euro, che moltiplicato per più figli costituisce un esborso notevole e in molti casi insostenibile per nuclei famigliari che, stando a quanto autocertificano, hanno redditi bassi. Peccato però che le parole di queste famiglie non contino più, o contino meno di quelle delle famiglie italiane nella loro stessa condizione economica. Una situazione che si può riassumente con una sola parola: discriminazione. A cascata, la discriminazione messa in atto dal Comune di Lodi sulle famiglie straniere si ripercuote sui figli di quest'ultime. Che, arrivati all'ora di pranzo, sono costretti a separarsi dai loro amici italiani e a consumare panini e pasti portati da casa in classe e non nella mensa, come previsto dalle normative. Molti di questi bimbi non capiscono perché non possono mangiare in mensa con i loro compagni: lo chiedono ai genitori, alle insegnanti. E anche i loro compagni italiani – perché quando si è piccoli certe cose si avvertono nella loro disarmante chiarezza – si interrogano su questa ingiustizia, sul perché non si possa stare tutti assieme, come avveniva in passato.

Insomma, il nuovo regolamento per le tariffe agevolate messo in atto dal Comune di Lodi è l'esempio perfetto di dis-integrazione, il modo migliore per far capire ai bambini stranieri, che presto o tardi – per quanto la politica potrà tirare la corda? – diventeranno cittadini italiani a tutti gli effetti, che nel nostro Paese non tutti hanno gli stessi diritti. Evidentemente è questo il modello di integrazione che una certa politica vuole portare avanti: siamo tutti uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri. Il peso di un welfare sempre più compresso e risicato lo si scarica sui più deboli, sugli ultimi: facendo credere a chi è in condizioni disagiate che i problemi siano dovuti a chi sta peggio di loro, alimentando una guerra tra poveri. Insinuando dubbi sull'onestà dei vicini diversi, insinuando che vogliano beneficiare di servizi non dovuti, anziché farsi carico di assicurare a tutti i propri diritti, andando a scovare i "furbetti" senza fare una selezione a priori sulla nazionalità (come se esempi sui furbetti nostrani scarseggiassero, poi).

Tutta questa situazione, assurda e paradossale, ha un solo lato positivo: la reazione di chi si sta battendo contro un provvedimento iniquo. Capofila di questa battaglia di civiltà è il "Coordinamento uguali doveri", tra le cui fondatrici c'è Valentina Tronconi. L'associazione ha avviato una raccolta fondi per aiutare le famiglie a pagare la quota "in più" delle rette della mensa scolastica (sono stati raccolti finora oltre duemila euro) e sta raccogliendo la solidarietà di un'ampia fetta della società civile, lodigiana e non solo: associazioni di genitori (stranieri e italiani), partiti politici, liste civiche, gruppi consiliari, associazioni di volontariato, attivisti e sindacati. Contro il provvedimento della giunta è stato anche presentato un esposto in tribunale da parte dell'Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione), che sarà discusso a Milano il 6 novembre e il cui esito sarà fondamentale per evitare che il "caso Lodi" possa diventare addirittura un esempio per altri comuni a guida leghista, come potrebbe accadere a Codogno, almeno stando a quanto dichiarato dal presidente della Provincia di Lodi – ma non dovevano essere abolite? – il leghista Francesco Passerini. Sabato 29 settembre, a partire dalle 15, a Lodi si terrà una manifestazione intitolata: "Tutti i bambini sono uguali". Loro, i bimbi, lo sanno già. Speriamo che lo capiscano anche tutti gli adulti.

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