C'è un nuovo sviluppo dell'inchiesta della procura di Milano sul cosiddetto "caso camici". A riportarlo è il quotidiano "La Repubblica", che spiega come gli inquirenti che al momento indagano per "turbata libertà nel procedimento di libera scelta del contraente" per la vicenda della fornitura di camici da parte di Dama Spa, azienda del cognato del governatore Attilio Fontana, ad Aria (centrale acquisti della Regione Lombardia), avrebbero documentato un tentativo della stessa azienda di piazzare sul mercato parte dei camici che non finirono mai a Palazzo Lombardia. Si tratta di 25mila articoli sui 75mila totali che facevano parte della commessa finita sotto la lente della procura: camici che erano stati fatturati da Dama Spa alla Regione ma che poi sarebbero stati stornati, forse proprio per via dell'interessamento dei giornalisti di Report alla vicenda, in maniera che figurassero come donazione e non creassero imbarazzo per il conflitto di interessi esistente – e quanto pare di cui erano a conoscenza molti in Regione – per via delle parentele in ballo (una piccola quota della Dama Spa è detenuta dalla moglie di Fontana).

Il tentativo sarebbe un modo per rientrare dalle perdite dovute alla donazione

Paolo Filippini, Luigi Furno e Carlo Scalas, ossia i pubblici ministeri che indagano sul caso, secondo quanto riporta Repubblica avrebbero però scoperto che l'azienda di Andrea Dini, cognato di Fontana, tramite un imprenditore avrebbe cercato di piazzare sul mercato una parte della merce che non arrivò mai alla Regione. Ventinquemila camici che avrebbero dovuto essere venduti a 9 euro al pezzo, contro i 6 chiesti ad Aria, da un intermediario di Varese che si sarebbe poi potuto tenere il 10 per cento sull'importo per ogni mille camici piazzati in queste condizioni. Secondo i magistrati, questo tentativo da parte di Dama Spa sarebbe stato un modo per rientrare in parte dalle perdite dovute alla commessa da 513mila euro "saltata" per via della sua conversione in donazione. Ma sarebbe anche la prova di come Dama Spa non intendesse affatto donare i camici, ma lo abbia fatto solo dopo l'inchiesta di Report.

Al momento gli indagati sono due: Andrea Dini e Filippo Bongiovanni, ormai ex direttore generale di Aria che dopo essere finito nel registro degli indagati ha chiesto di essere assegnato ad altro incarico. Non cambia al momento il reato per cui si indaga, anche se la vicenda del tentativo di piazzare i camici mai finiti alla Regione potrebbe configurare un'ipotesi di frode in pubbliche forniture.