Deve restare in carcere l'ex consigliere comunale milanese Pietro Tatarella, arrestato nella maxi inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Milano per un presunto coinvolgimento in un giro di tangenti, finanziamenti illeciti e appalti truccati. Lo ha deciso il tribunale del Riesame del capoluogo lombardo, che ha respinto la richiesta di revoca della misura cautelare avanzata dalla difesa di Tatarella. Respinte anche le richieste di scarcerazione di altri due indagati. Il Riesame col dispositivo della decisione, le cui motivazioni saranno note tra 45 giorni, ha confermato nei confronti dell'esponente di Forza Italia l'impianto accusatorio dei pubblici ministeri Silvia Bonardi, Luigi Furno e Adriano Scudieri, coordinati dal procuratore aggiunto Alessandra Dolci. L'inchiesta, che ha portato a 43 arresti tra politici e imprenditori e oltre cento persone indagate, coinvolge anche l'eurodeputata di Forza Italia Lara Comi e, in uno dei filoni, il governatore lombardo Attilio Fontana. Tra gli arrestati c'è anche l'ex sottosegretario regionale Fabio Altitonante.

Per Tatarella quasi mille voti alle elezioni europee

Tatarella era candidato alle elezioni europee per Forza Italia. Nel voto che si è svolto domenica 26 maggio l'ex astro nascente forzista ha ottenuto quasi mille preferenze pur trovandosi in carcere. In totale ha ricevuto 995 preferenze, di cui 465 nella città di Milano, ma non è stato eletto al Parlamento europeo. Tatarella dopo l'arresto si è detto innocente ma si è comunque dimesso dal consiglio comunale milanese in attesa del giudizio.

Le accuse: 5 mila euro al mese per favorire imprenditori

Tra le accuse a suo carico c'è anche quella di associazione a delinquere: secondo gli inquirenti Tatarella riceveva 5 mila euro al mese da uno degli imprenditori al centro dell'inchiesta, Daniele D'Alfonso (a cui è stata contestata l'aggravante mafiosa). In cambio del denaro avrebbe favorito gli interessi degli indagati in appalti e gare pubbliche. Dalle carte dell'ordinanza emergono anche i tentativi di Tatarella di farsi largo nel business del post Expo: "Dove c'era Expo infatti stiamo cercando di capire se riusciamo ad entrarci un po' pure noi", diceva in una telefonata senza sapere di essere intercettato. Per il giudice per le indagini preliminari Raffaella Mascarino, l'ex consigliere tentava di avvalersi “della sua funzione pubblica e delle relazioni esistenti con altri pubblici ufficiali per incamerare lavori con altre imprese" offrendosi come intermediario.