Da Coca Cola a Burger King, da Vitasnella a Deliveroo, passando per Just Eat, Accenture, Haribo, Randstad, Nestlè… fino ad arrivare a 65. È questo infatti il numero delle aziende che quest'anno hanno deciso di sponsorizzare il Milano Pride, la cui sfilata conclusiva, l'amatissima parata, si terrà quest'oggi, sabato 29 giugno, e alla quale sono attese più di 250mila persone. Eventi appositi, iniziative, bandiere arcobaleno, prodotti creati ad hoc per l'occasione e ancora gadget e torte arcobaleno: sono tante le modalità con le quali multinazionali, aziende nazionali o locali hanno deciso di supportare il Pride che quest'anno ha un'occasione in più per riempire le strade del capoluogo lombardo, commemorare il 50esimo anniversario dei moti di Stonewall, quelli di New York del 28 giugno 1969, che hanno dato il via al movimento Lgbt. I temi sono quelli dell'inclusione e dello stop alla discriminazione, e ovviamente del "pride", l'orgoglio delle persone gay, lesbiche, bisessuali, transessuali, asessuali, intersessuali e queer, perché nonostante i passi avanti in merito al riconoscimento dei diritti civili delle coppie omosessuali, sono ancora tanti i passi avanti da fare e gli obiettivi da raggiungere per pensare di poter parlare di libertà e amore universale. Per questo l'orgoglio, mai come oggi è necessario.

Cos'è il Pride

Il Pride è dunque un'occasione fondamentale per parlare di diritti e ricordare che ognuno deve essere se stesso e deve poter avere il diritto di amare, chiunque: il Pride è una festa, è una rappresentazione dell'amore, è un modo per ricordare i passi da fare e quelli già fatti, è un modo per smettere di nascondersi e amarsi alla luce del sole. Ed è infatti anche sull'immagine che il Pride si basa, e sì, anche sulla pubblicità, che permette come spiegato sul sito ufficiale di MilanoPride di sostenersi grazie al coinvolgimento dei cosiddetti sponsor, ovvero di quelle aziende che – e alcune lo fanno ormai da anni, con impegno sincero – vogliono contribuire alla realizzazione dell’evento.

Eppure, nonostante la giusta e comprensibile scelta degli organizzatori di sostenersi anche grazie alle sponsorizzazioni, è lecito chiedersi, guardando la tipologia e le attività di alcune aziende coinvolte quest'anno nel Pride, quale sia effettivamente la loro consapevolezza rispetto ai diritti che stanno promuovendo e sponsorizzando e, in generale, rispetto a tutti i diritti: perché, come avevano scritto i "Sentinelli di Milano" alcuni giorni fa (in occasione di una polemica sulla partecipazione dei Cinque stelle al Pride), non ci può essere ad esempio una classifica tra diritti civili e diritti umani. Ed è lecito anche chiedersi dunque se ci sia stata una scelta consapevole degli sponsor da parte degli organizzatori, sulla base del "commitment" delle aziende, o se in alcuni casi non si sia inciampati in un banale errore di poco approfondimento, come nel caso della scelta della madrina ricaduta inizialmente su Caterina Balivo (sulla quale poi gli organizzatori hanno fatto dietrofront).

È lecito, infine, chiedersi se non ci sia il rischio che il focus di questa manifestazione così importante si sposti dall'originario significato all'ennesima occasione per fare marketing. La paura è che la risposta a queste domande sia che quest'anno il Pride e Milano si siano fatti trascinare nel vortice dell'immagine, delle logiche commerciali e del bello: dei colori arcobaleno e delle centinaia di gadget a tema, dimenticando che l'orgoglio è anche e principalmente una lotta, e che sul "carro del Pride" è giusto lasciare salire chi davvero ha combattuto per l'amore universale.