Igor Maj, il ragazzo trovato morto a Milano (Foto: Pareti.it)
in foto: Igor Maj, il ragazzo trovato morto a Milano (Foto: Pareti.it)

Non ci sono parole per spiegare il dolore di quei genitori che vedono il proprio figlio strappato via alla vita, specie quando è ancora un ragazzino. E soprattutto quando la morte arriva in circostanze assurde: è quanto accaduto a Ramon e Marianna Maj, genitori di Igor, adolescente di 14 anni morto lo scorso 6 settembre nell'abitazione di famiglia a Milano. Igor, come è emerso solo diversi giorni dopo il suo decesso, sarebbe morto a causa di un'assurda sfida che è nota da decenni negli Usa, e che ha iniziato a circolare anche altrove per via del web: il "blackout". Si tratta di una pratica estrema, conosciuta anche con altri nomi, che consiste nello strangolarsi da soli fino ad arrivare allo svenimento per asfissia, alla ricerca di emozioni forti. Non è l'unica pratica estrema in circolazione: e difatti il video che Igor avrebbe visto poco prima di morire, con una corda da arrampicata (la sua grande passione) stretta attorno al collo, si intitolava "le 5 sfide". Adesso i siti che propongono queste prove assurde sono stati oscurati e sequestrati dalla procura di Milano, che indaga per istigazione al suicidio.

Il papà e la mamma di Igor: i genitori devono sapere

Al papà e alla mamma di Igor resta un vuoto che sarà impossibile da colmare. Ma anche la determinazione di far sì che quanto capitato a loro non accada a nessun altro genitore. Dopo aver affidato un primo messaggio al portale specializzato in arrampicata "Pareti.it", tramite il quale la tragedia di Igor è venuta alla luce, papà Ramon e mamma Marianna hanno affidato il loro pensiero al "Corriere della sera": "I genitori devono sapere", hanno esordito, consci che conoscere quanto circola sul web e viene visto dai ragazzi è il primo fondamentale passo per i genitori. Non che, in famiglia, mancasse però il dialogo: "Con i ragazzi la fiducia e la complicità sono essenziali, abbiamo parlato loro di tutti i rischi che conosciamo. Le droghe, il motorino, gli adescamenti dei pedofili in Rete, le sfide idiote come le corse per attraversare i binari mentre arriva il treno o i salti da un palazzo all’altro. Ma di questi giochi, che circolano e si aggiornano di continuo, noi adulti non sappiamo nulla e gli adolescenti, invece, tutto. Sono insidie che passano sotto silenzio fino a quando non si trasformano in trappole mortali", ha affermato il padre del ragazzo. Sono parole pesanti, che confermano quanto affermato dallo psicanalista dell'adolescenza Gustavo Pietropolli Charmet a Fanpage.it: "Non c'è una prevenzione specifica che i genitori possono attuare – ha detto l'esperto – è bene che sappiano che l'adolescente ha bisogno di rischiare".

Il papà: Ho cercato di spiegargli che la vita è fatta di imprevisti

Il rischio, la voglia di sfidare i limiti, Igor li aveva incanalati in un'attività appagante come l'arrampicata. Eppure anche in quelle circostanze il ragazzo si era sempre mostrato coscienzioso: "Ad ogni passaggio in quota mi chiedeva sempre: ‘Mamma, mi metti la sicura?', ha raccontato la madre. Eppure, alla fine proprio la naturale curiosità lo ha portato davanti a quel video che lo ha spinto a un gesto di cui non ha saputo prevedere le conseguenze: "La sua curiosità è stata catturata da un inganno online, una cazzata fatale – dice il padre, che aggiunge – Gli adolescenti pensano in modo lineare, come se ad una causa potesse corrispondere un solo effetto, controllabile. Ho cercato di spiegargli tante volte che la vita è fatta di imprevisti, ma gli adolescenti per crescere hanno bisogno dell’illusione dell’onnipotenza, pensano di poter testare ogni limite e fermarsi un attimo prima". Una cosa che purtroppo a Igor non è riuscita: quel mattino del 6 settembre il ragazzo era rimasto solo in casa (circostanza che negli Usa accomuna la maggior parte degli adolescenti vittime del "Blackout game"). Sembrava una giornata come tutte le altre, con la colazione e i messaggi ai genitori e alla nonna. Poi però è arrivato quel video "maledetto", cercato sullo smartphone del ragazzo, dove pare che fosse pure installato il parental control. Che non è però servito a evitare la tragedia.