La protesta di riders e ciclisti a Milano
in foto: La protesta di riders e ciclisti a Milano

Durante il periodo più duro che il nostro paese abbia mai vissuto da un secolo a questa parte, quello che ha causato migliaia di morti in pochi mesi e che ci ha costretti a fare i conti con la parola lockdown di cui ignoravamo quasi tutti significato ed esistenza, c'è stato qualcuno che ha continuato a svolgere il proprio lavoro. Medici, infermieri, forze dell'ordine, giornalisti, rappresentanti delle istituzioni, e ancora operai, dipendenti e rider. Persone, lavoratori, che non hanno avuto possibilità di scelta e che dinanzi a un virus che circolava veloce terrorizzando anche i più fiduciosi sono usciti e hanno corso il rischio, molti dei quali tra tutele quasi inesistenti. Alcuni lo hanno fatto alla luce del sole, altri viaggiando in metro al mattino presto o di notte, per raggiungere uffici e fabbriche fuori città, lontano da chi il lavoro, non per sua scelta, l'ha accantonato per mesi.

E per le strade deserte di Milano e nelle stazioni di notte potevi veder sfrecciare in bici solo loro, i rider, i fattorini del cibo, quelli che hanno denunciato per settimane di essere costretti a lavorare senza guanti e mascherine, quelli per i quali la procura di Milano ha aperto due inchieste per indagare sulle mancate condizioni di sicurezza garantite dalle aziende per le quali lavoravano e che hanno portato al commissariamento della filiale italiana di Uber per caporalato. Lavoratori invisibili dietro i quali si nascondono spesso storie di miseria, di mancata integrazione e di una ricerca disperata di dignità e sopravvivenza. E l'ultimo tassello di una storia iniziata ormai anni fa e che trova proprio in Lombardia e a Milano il suo mercato più proficuo, è una norma di Trenitalia che vieta il trasporto di bici all'interno dei propri treni, quelli regionali che collegano periferia e provincia alla città. È qui infatti che ogni sera dai diversi scali cittadini di Milano che partono gli ultimi convogli che riportano a casa proprio loro, i rider, lavoratori instancabili, che in quelle due ruote non hanno solo un mezzo di trasporto ma anche uno strumento di lavoro.

Ma dal 3 giugno non è più così, perché per far sì che venga rispettato il distanziamento interpersonale voluto dalle norme anti covid è stato "necessario" imporre un divieto, quello del trasporto di biciclette sui treni. Così facendo un'azienda che dovrebbe garantire il trasporto sicuro dei cittadini che sono principalmente lavoratori, taglia di fatto qualunque possibilità per loro di potersi muovere e dunque di poter lavorare. Una scelta controtendenza che penalizza tutti, soprattutto quei lavoratori dimenticati, che viaggiano di notte e all'alba, e che si pone in contrapposizione con la voglia di rivoluzione in fatto di mobilità fortemente sponsorizzata sia dall'amministrazione comunale della città di Milano che spinge per l'utilizzo delle bici che dalla stessa Trenitalia che incoraggia proprio l'integrazione tra treno e bicicletta.

Sembra però che dinanzi a un servizio impreparato e non all'altezza dei cambiamenti sociali ed economici della propria regione la soluzione sia quella di eliminare un servizio essenziale soprattuto per i rider, proprio loro, quella categoria dimenticata di cui però sentiamo necessità estrema quando abbiamo bisogno del nostro cibo preferito a qualsiasi ora del giorno. Quella categoria di cui abbiamo sentito necessità anche e soprattutto durante il lockdown. Sul tavolo c'è una proposta che vede l'utilizzo di specifici vagoni solo in determinati orari che possa trasportare le biciclette, un passo avanti che però si scontra con quello più lungo fatto indietro in fatto di sostenibilità ed economia. Non poco tempo è stata portata in consiglio comunale a Milano una proposta unica che vede l'attività dei rider "inquadrata" come "Servizio Pubblico cittadino", un po' come i servizi di Bike e Car Sharing, o anche per lo stesso servizio Taxi. Una proposta di civiltà che getterebbe le basi nel riconoscimento di un lavoro invisibile per il quale c'è grande pietas e poca coscienza sociale.