L’incendio alla Ipb di via Chiasserini (LaPresse)
in foto: L’incendio alla Ipb di via Chiasserini (LaPresse)

Provenivano per la maggior parte dal Sud Italia, in particolare dalle aree di Napoli e Salerno, i rifiuti bruciati lo scorso ottobre all'interno della ditta Ipb di via Chiasserini a Milano. Ne sono convinti gli investigatori della squadra mobile di Milano che questa mattina hanno notificato un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 15 persone, ritenute “responsabili a vario titolo di traffico illecito di rifiuti, attività di gestione non autorizzata e intestazione fittizia di beni". L’inchiesta che ha portato otto degli indagati in carcere, quattro ai domiciliari e comminato ad altri tre l’obbligo di dimora, nasce proprio dall’enorme rogo della Ipb in cui, lo scorso 14 ottobre del 2018, bruciarono tonnellate di rifiuti in zona Bovisasca, alla periferia di Milano. Gli effetti dell'incendio si propagarono anche ad altre zone della città, dove per giorni l’aria rimase irrespirabile: nell'immediato, subito dopo il rogo, si era anche temuto per una possibile emergenza diossina, anche se poi i dati delle rilevazione dell'Arpa avevano restituito valori rassicuranti.

Quattro i capannoni inutilizzati del Nord dove venivano stoccati illegalmente i rifiuti

Il rogo aveva spinto il ministro dell'Ambiente Sergio Costa a dire che "la Lombardia è terra dei fuochi come il resto di Italia" provocando la replica dell'assessore all'Ambiente (e alla mobilità) Marco Granelli: "Non siamo la terra dei fuochi". Dall'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia, coordinata dal procuratore aggiunto Alessandra Dolci e dai sostituti procuratori Silvia Bonardi e Donata Patricia Costa, emerge però un quadro inquietante, per altro già evidenziato anche da inchieste giornalistiche come "Bloody money" di Fanpage.it: e cioè come lo smaltimento dei rifiuti sia un business che spinge diversi soggetti a comportamenti illegali pur di ottenere enormi profitti. Stando a quanto emerso, infatti, gli indagati avrebbero costituito un sodalizio che gestiva ingenti quantitativi di rifiuti speciali, prevalentemente rifiuti indifferenziati urbani, smaltendoli non nelle maniere lecite (cioè portandoli nelle discariche autorizzate o nei termovalorizzatori), ma in discariche abusive: capannoni inutilizzati localizzati non solo a Milano ma anche in altre zone del Nord Italia. Tre le aree individuate dagli inquirenti, spesso intestate a persone che figuravano come "teste di legno", ossia prestanome: si trovano a Fossalta di Piave (Venezia), Meleti (Lodi) e Verona San Massimo (Verona).

Profitti illeciti per oltre un milione di euro per la Ipb Italia

Del sodalizio facevano parte figure appartenenti a tutto il "ciclo dei rifiuti": imprenditori, amministratori e gestori di società attive nello stoccaggio e smaltimento, intermediari, autisti di camion per il trasporto dei materiali. I rifiuti stoccati illecitamente, circa 37mila metri cubi, provenivano dalla raccolta dei rifiuti domestici, anche conferiti nelle piazzole ecologiche, e dalle attività produttive artigianali. Si tratta di rifiuti che tecnicamente sono identificati col codice Cer 191212 e sono assimilabili ai rifiuti urbani. Dopo essere stati raccolti e portati nei centri di trattamento erano stati pressati in cubi tenuti assieme con del fil di ferro. Non presentando frazioni valorizzabili (cioè che possono essere riciclate), il destino di tali rifiuti è quello di finire nelle discariche autorizzate o nei termovalorizzatori: operazione che comporta un certo costo. Smaltendoli in maniera illegale in siti non autorizzati si possono ottenere profitti molto elevati: quelli conseguiti dalla Ipb Italia Srl (società che gestiva il sito di via Chiasserini di proprietà della Ipb Srl) secondo gli inquirenti ammontano a oltre un milione di euro, somma sequestrata in via preventiva dai conti correnti della società.

Tutte le ditte coinvolte nell'inchiesta

Non è invece ancora stato quantificato il profitto illecito ottenuto dalle altre aziende coinvolte, che sono la Zero Acqua Italy, l'Immobiliare Priscilla e la Tecno Group Costruzioni, tutte srl riconducibili (assieme alla Ipb Italia) all'imprenditore A.B., nato ad Arona in provincia di Novara nel 1963, la Winsystem Group srl di M.S., 50enne di Lissone (Monza e Brianza), le ditte Gealog e Wastesolution, due srl riconducibili ai fratelli V. di Maddaloni, in provincia di Caserta e le ditte Manufatti e Cemento srl (riconducibile all'imprenditore D.G. di Portogruaro, Venezia, classe 1970) e Proveco Italia srl, riconducibile all'imprenditore di Spresiano (Treviso) G.G., classe 1952. Oltre al sequestro di un milione di euro dai conti della Ipb Italia, il giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo dell'intero capitale sociale delle ditte Ipb Italia, Immobiliare Priscilla, Tecno Group costruzioni, Winsystem groups, Gealog e Wastesolution oltre al sequestro di 13 tra camion, muletti e rimorchi utilizzati per movimentare i rifiuti.

Le intercettazioni: Va tutto bene, faremo il botto

Agli atti dell'inchiesta della Dda, denominata Venenum, ci sono anche alcune intercettazioni tra gli indagati. Una riporta le frasi che uno degli arrestati, uno degli autisti dei camion che trasportavano illecitamente i rifiuti, aveva riferito a un suo interlocutore pochi giorni prima del rogo alla Bovisasca: "Va tutto bene, faremo il botto". L'uomo aveva spiegato all'interlocutore come funzionasse il sistema: quando i capannoni scelti come discariche abusive erano pieni loro si spostavano in altri siti "sistemando la cosa a modo loro". Il modo era anche il fuoco: il giorno successivo al rogo di via Chiasserini lo stesso autista aveva infatti detto: "Hai sentito, abbiamo finito".