Quando si pensa al tribunale, ci si immagina il luogo dove viene amministrata la giustizia: un luogo sicuro, dove trionfa la legge. Anche per questo quanto avvenne il 9 aprile del 2015, la strage al tribunale di Milano, ha lasciato un segno profondo sulla città che di lì a poco avrebbe ospitato l'Expo 2015 dedicato all'alimentazione. La mattina del 9 aprile 2015 Claudio Giardiello, imprenditore imputato per bancarotta, riesce a introdursi con una pistola all'interno del palazzo di giustizia, superando i controlli di sicurezza. Ha con sé l'arma, un Beretta regolarmente detenuta, perché vuole uccidere, come da lui stesso in seguito confermato. All'inizio dell'udienza relativa al suo processo, in un'aula al terzo piano del palazzo di giustizia, dopo che il suo avvocato Lorenzo Claris Appiani rimette il mandato Giardiello estrae la pistola e inizia a fare fuoco. Colpisce prima due suoi coimputati: uno resta ferito gravemente, l'altro morirà poco dopo in ospedale. Poi rivolge l'arma contro il suo ormai ex legale, Appiani, uccidendolo sul colpo.

Nel tribunale si scatena il caos, ma Giardiello riesce a fuggire

Nel tribunale l'eco dei colpi di pistola scatena il caos. Si è alle porte dell'Expo, i timori su possibili falle di sicurezza durante la grande manifestazione planetaria sono concreti e tra l'altro proprio quel giorno, in prefettura, è in corso una riunione del Comitato sulla sicurezza per l'Esposizione universale a cui partecipa anche l'allora ministro dell'Interno Angelino Alfano, riunione poi sospesa. Dopo i primi colpi di pistola Giardiello abbandona l'aula e scende al secondo piano del tribunale: sulle scale incontra e ferisce un'altra persona, il suo ex commercialista. Una volta al secondo piano l'imprenditore fallito cerca la stanza del magistrato Fernando Ciampi che si è occupato del suo caso: entra e spara due colpi, uccidendolo. Poi, mentre fuori il tribunale inizia ad essere blindato dalle forze dell'ordine, Giardiello riesce a uscire e ad allontanarsi da Milano. All'esterno del tribunale si rincorrono voci contrastanti sulla presenza del killer: in realtà i carabinieri sono già sulle sue tracce e lo riescono ad arrestare a Vimercate, in provincia di Monza e Brianza, dove nel frattempo Giardiello era riuscito ad arrivare a bordo del suo scooter. Ai militari, quando lo fermano, confessa che era pronto a uccidere ancora.

Le vittime della strage

Le vittime della strage al tribunale di Milano sono Giorgio Erba, coimputato di Giardiello, il giovane avvocato Lorenzo Claris Appiani e il giudice Fernando Ciampi. In occasione del quarto anniversario della strage il padre di Appiani ha scritto su Facebook: "Il loro torto, grave, fu quello di fidarsi dello Stato perché mai più avrebbero pensato, e noi con loro, che un criminale, che li considerava nemici cui far pagare uno ‘sgarro' che pensava di aver subito, li riunisse proprio in Tribunale per la mattanza, proprio come faceva la mafia, ma nei ristoranti. Evidentemente sapeva perfettamente che il sistema di sicurezza era solo un teatrino di cartapesta, costoso ma assolutamente inefficiente" .

Le condanne

L'autore della strage, Claudio Giardiello, nel giugno del 2018 è stato condannato in via definitiva all'ergastolo. Durante la sua requisitoria il procuratore generale della Corte di Cassazione Pina Casella aveva evidenziato la sua "chiara e volontaria attività omicida connotata da lucidità e freddezza", sottolineando come le sue vittime fossero "inermi e indifese, convinte di essere al sicuro in un presidio di legalità perché si trovavano nel Palazzo di giustizia di Milano". Subito dopo la strage si sono ricercate anche responsabilità ad altri livelli, in particolare per quanto riguarda le falle nei controlli di sicurezza che hanno consentito a Giardiello di introdurre una pistola in tribunale. Uno dei vigilantes che la mattina della strage era in servizio presso l'ingresso di via San Barnaba (quello da cui passò il killer), nell'ottobre del 2018 è stato condannato in appello a tre anni per omicidio colposo plurimo per una sua presunta mancanza durante i controlli di sicurezza. Il vigilante ricorrerà in Cassazione: c'è chi, come il padre di Lorenzo Claris Appiani, lo ritiene solo un "capro espiatorio" e pensa che le responsabilità sulle falle nei controlli siano da ricercare ad altri livelli.