Essere il figlio di un capo ultras ha sicuramente i suoi vantaggi ma può costare tantissimo. È un’eredità e una condanna perché costringe a dover dimostrare di essere all’altezza di quel padre leader capace di tenere testa a migliaia di “soldati” del calcio. Alessandro Caravita, studente universitario di 20 anni, non ha alcun timore reverenziale e questo arresto per tentato omicidio durante una rissa in corso Garibaldi,  a Milano,  non fa che aumentare la sua credibilità di strada. Aveva già raccolto punti con gli scontri del 26 dicembre 2018, quelli dell’agguato ai tifosi del Napoli prima dell’incontro con l’Inter, la partita diventata tristemente nota per la morte di Daniele Belardinelli.

Caravita è stato indagato in quella vicenda ma al momento la sua partecipazione non è stata provata. Eppure gli investigatori lo conoscono bene, non solo perché è figlio di “Franchino” (il fondatore del gruppo “Boy San” della curva Nord), ma per la sua militanza politica. Alessandro frequenta “Lealtà Azione”, è stato fotografato a molte iniziative di commemorazione e riunioni del gruppo di estrema destra. Niente di insolito, l’appartenenza è comune a molti ultras dell’Inter. Uno su tutti: Massimo Mandelli, ex responsabile degli steward volontari dei nerazzurri e candidato per CasaPound nel comune di Cerro alle elezioni amministrative del 10 giugno 2018. La polizia lo arrestò pochi giorni prima del voto nell’ambito di un’indagine antidroga in cui emergeva come collegamento tra il canale dei rifornitori albanesi e il canale italiano di cui era capo Luca Boscherino, calabrese che “serviva” diverse bande a Milano con basi in zona Baggio, Bonfadini, via Fleming e Mecenate. In quella stessa inchiesta venne arrestato anche Luca Lucci, il capo ultras della curva Sud del Milan, quello della famosa foto con Salvini. Ma questa è un’altra storia.

"Franchino" a capo della curva Nord

Torniamo agli interisti, a quella curva guidata da anni da Franco Caravita, 60 anni, nessun precedente criminale ma un arresto negli anni Ottanta per aver sferrato una coltellata a un tifoso austriaco. Verrebbe da dire di padre in figlio e invece no, in realtà Franchino venne processato e assolto perché qualche mese dopo si costituì il vero autore. Per suo figlio Alessandro non sarà così facile, le prove contro di lui sono tante e i carabinieri pensano di avere un quadro indiziario più che solido. L’unico elemento da accertare è la causa della lite in corso Garibaldi che, al momento, sembra sia una storia di insulti tra ex fidanzati ma che ancora non si esclude possa avere collegamenti con altre tensioni calcistiche. Basterebbero quelle del padre, che da mesi sta subendo in silenzio la destituzione da sovrano della curva a favore di Vittorio Boiocchi, 66 anni, 30 dei quali passati in galera per droga e rapine.

La lotta per il comando del tifo

Boiocchi non è un semplice tifoso, è un altro storico e temuto leader degli ultras che, appena uscito dal carcere, è tornato a riprendersi il suo posto allo stadio. Il popolo nerazzurro ha buona memoria e per omaggiarlo ha intonato il coro “Vittorio uno di noi”. A detta dei presenti, se gli avessero dato una coltellata probabilmente Caravita avrebbe sofferto meno. Sta di fatto che Franchino non ha nascosto il suo nervosismo e ne è nata una discussione con Boiocchi che alla fine ha sferrato due cazzotti in faccia al rivale davanti a tutti. Stavolta Caravita non ha reagito, forse consapevole della portata criminale dell’altro. Durante la notte Boiocchi ha avuto un infarto ed è stato operato d’urgenza. E siccome il tifo è un mondo con regole tutte sue, l’indomani il primo a presentarsi nella sua stanza è stato proprio Caravita, che ha voluto comunicare a tutti la loro tregua (o la sua resa?) scattandosi una foto mentre si abbracciavano.