Pierfrancesco Majorino, milanese ed eurodeputato del Partito democratico, assiste da ex assessore alle Politiche sociali all'emergenza Coronavirus che ha travolto in particolare Milano e la Lombardia. Da tempo la sua attenzione è puntata su quel dramma nel dramma rappresentato da ciò che, in questa emergenza legata alla pandemia, sta accadendo all'interno delle Rsa, le Residenze sanitarie assistenziali per anziani lombarde. Ma l'eurodeputato, intervistato da Fanpage.it, è anche preoccupato da un altro "tzunami", quello economico e sociale, che "stiamo vedendo crescere e tra poco si abbatterà".

Partiamo da ciò che sta accadendo nelle Rsa lombarde. Da mesi denunciate la strage silenziosa in atto nelle case di riposo: cosa si può fare per impedirla?

Alcune cose si possono fare subito: la prima è capire che le case di riposo sono importanti quanto la terapia intensiva e non far finta colpevolmente di non vedere com'è stato fatto finora. C'è una strage silenziosa in Lombardia, nessun esempio a livello regionale è paragonabile a quanto sta accadendo qui. Poi sono convinto che nei territori dovrebbero intervenire le prefetture perché la Regione è palesemente in tilt. Si dovrebbero creare comitati per far intervenire Regioni, enti locali ed enti gestori nei casi di privati.

Cosa fare all'interno delle Rsa?

Dentro le Rsa ci sono alcune azioni da mettere in atto: screening sul personale con i tamponi, in maniera da far smettere di lavorare i positivi, e provvedere alle protezioni, alle mascherine, perché ci sono strutture che scandalosamente ne sono sprovviste. Ci sono poi le eventuali assunzioni temporanee, perché un problema può essere la carenza di personale. Poi serve la suddivisione degli spazi, e laddove le strutture non lo prevedano requisire gli alberghi per alcuni mesi e spostare lì gli ospiti delle Rsa. Ovviamente non devi rimandare indietro nelle case di riposo le persone che sono risultate positive.

Al Pio Albergo Trivulzio di Milano, dove la situazione sembra sotto controllo, chiederanno tamponi a tappeto per tutti gli ospiti.

Il Trivulzio è una realtà molto complessa, ma in cui qualcosa si è messa in moto già da alcune settimane. Il Trivulzio ha molto personale e ha una struttura fisica fatta di grandi edifici facilmente frazionabili. Hanno lavorato su questo terreno dall'inizio, mi sembra che stia reagendo bene. La situazione che a me preoccupa di più non sono le grandi città, ma le piccole case di riposo, dove basta un mancato intervento per innescare una catena di contagi. Ci sono state storie molto complicate, ma non voglio puntare il dito sui singoli enti…

Dove bisogna puntarlo?

Credo ci sia stato un abbaglio politico della regione: ha pensato di vincere la partita Covid-19 solo con gli ospedali. Questo l'ha portata a fare delle scelte anche giuste, come l'ospedale in Fiera che non contesto, però l'ha portata a dimenticarsi di tutto ciò che è fuori: i medici di base e le case di riposo. E oggi hai un'esplosione di morti che è sconvolgente. Siamo di fronte davvero a una vicenda terrificante che è avvenuta in questa settimane. E la cosa che mi fa arrabbiare è che sono stati avvisati per tempo. È un mese e mezzo che gli si dice: lì c'è un problema su cui intervenire.

È stato proprio un problema di strategia?

Un problema di strategia e di rimozione: è come se ne fossero dimenticati.

Un po' come, stando alla denuncia di molti medici di base, specie nella Bergamasca, è avvenuto per tutta l'assistenza territoriale.

La salute non è solo l'ospedale. Se la grande differenza tra la Lombardia e il Veneto sono i tamponi, la differenza tra la Lombardia e l'Emilia Romagna sta in questo, solo che noi abbiamo molti più morti.

L'emergenza Coronavirus è prettamente sanitaria, ma anche economica e sociale. A Milano il sindaco Sala ha detto che nonostante conti "disastrosi" il Comune continuerà ad aiutare le fasce più deboli della popolazione, ampliando la platea dei beneficiari. Come si sta muovendo Milano dal punto di vista sociale?

Si è fatta tanta polemica per la frase di Sala su "Milano non si ferma" e non viene dato sufficientemente risalto al lavoro straordinario che il Comune sta facendo sul tema sociale, con l'assessore Rabaiotti e tutta la macchina comunale. È chiaro però che i Comuni non ce la possono fare a soli, quindi dall'Europa in giù bisognerà immettere risorse fresche e attive per aiutarli.

Come giudica l'istituzione del Fondo di mutuo soccorso attivato da Palazzo Marino?

Il mutuo soccorso non deve essere solo un fondo, deve essere proprio un progetto che mobilita tutte le attività dei prossimi mesi. Lo tzunami sta crescendo e tra poco arriva: ne siamo sicuri, lo stiamo vedendo solo crescere, tra poco si abbatterà. Per salvare le persone bisognerà fare tantissimi interventi diversi.

Può essere quindi un'esperienza da replicare anche a livelli superiori?

Sì, secondo me è un modello pilota per far capire come intervenire, perché bisogna mettere insieme risorse pubbliche – che ci devono essere e devono essere cospicue – e risorse private, che vadano a colpire sugli stessi obiettivi.

La sua dimensione è quella europea. In tanti dicono che l'emergenza Coronavirus sarà un banco di prova fondamentale per capire se il disegno europeo reggerà.

Sarà un banco di prova essenziale, siamo proprio di fronte a un bivio. L'Europa è paradossalmente ciò di cui c'è più bisogno adesso, perché bisogna integrare le politiche sanitarie e mediche, hai bisogno di interventi per difendere il lavoro e aiutare le persone senza lavoro e hai bisogno di un piano di sviluppo. Per questo serve un'iniezione ancora più significativa di quanto fatto fin qui sul piano delle risorse.

Come si è mossa l'Europa finora?

In maniera contraddittoria: all'inizio c'è stata una scandalosa rimozione del problema. Poi vi sono stati alcuni interventi positivi – come Parlamento europeo abbiamo appena approvato lo stanziamento di primi 8 miliardi che dovranno diventare 35 per questo tipo di interventi -, il lancio del piano dell'occupazione del Sure bond che è un intervento importante, perché mette 100 miliardi, ma prevede l'indebitamento dei singoli Paesi. Il grande dibattito è sulle risorse ancora più significative: Eurobond, Coronabond e altri strumenti che si possono impiegare. Credo ci sia una larga condivisione tra tanti parlamentari europei sul fatto che ci vogliono misure straordinarie: non si tratta di aiutare un singolo Stato, non è una crisi dettata dagli errori di un singolo stato nella gestione dei conti pubblici, questo è uno tzunami che sconvolge tutti e ci vuole un'assunzione di responsabilità comune e degli strumenti di cui tutti ci facciamo comunemente parte responsabile. La partita è tutta aperta, vedremo: non sono un europeista di maniera, quindi non dico che sia sufficiente ciò che è stato fatto fin qui. Ma a quelli che cavalcano la difficoltà attuale per far implodere il progetto europeo dico che la loro strada è la più folle, perché ogni Paese da solo è ancora più debole di fronte al Coronavirus.

Vale lo stesso concetto che ha espresso per i Comuni: d'altronde si parla di pandemia.

Sì, bisogna lavorare sulle alleanze. Ci vuole un'enorme assunzione di responsabilità comune e un enorme gioco di squadra comune: dal più piccolo dei Comuni al livello europeo e globale.

Da ex assessore di Milano e da milanese, un suo commento sulla diffusione del contagio in città. Si parla da tempo della "Battaglia di Milano", da giorni si assiste a dati un po' meno negativi a livello regionale e nazionale, però a Milano il contagio continua a crescere. C'è il rischio che questi dati, e il modo in cui vengono comunicati, facciano un po' abbassare la soglia di attenzione ai cittadini?

Il rischio c'è se si danno messaggi sbagliati: ci vuole ancora grande resistenza e spirito di sacrificio. Semmai il tema è come supportiamo economicamente le persone, ad esempio sono favorevolissimo al reddito di emergenza. Ci sono categorie massacrate da questi mesi e noi da un lato dobbiamo essere molto netti sul tema che si deve ancora reggere – sul tema della chiusura non è il momento di mollare -, ma dall'altro dobbiamo farci carico di come non sbattere la porta in faccia a chi si sta sacrificando in maniera determinante.

Oltre ai sacrifici c'è quindi da far capire alle persone più in difficoltà di far capire che si è accanto a loro.

Assolutamente, ci vogliono azioni concrete, mi aspetto qualcosa dal prossimo decreto del governo ma non sarà sufficiente. Ad esempio a livello europeo il tema di una grande forma di garanzia per le persone senza lavoro, per quelle che l'hanno perso o per coloro che essendo in una dimensione contrattuale precaria non lo riavranno è cruciale.