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C’è solo una polvere più preziosa della cocaina: la farina. Le organizzazioni criminali lo hanno capito da tempo e mentre la giustizia trovava sistemi di difesa, i clan e le ‘ndrine hanno fatto milioni. E altrettanti ne hanno riciclati. Pizzerie come lavanderie di soldi, ristoranti di grido attraverso cui fare networking con sportivi, personaggi della tv e politici, cavalli di Troia per entrare nel tessuto economico pulito e nei centri di potere di una città. Milano è il posto giusto, tutti vogliono e devono essere qui. È anche per questo che il 2 aprile 2019 il prefetto Renato Saccone ha firmato un accordo triennale con l’assessore comunale alle Attività produttive, Cristina Tajani, e col capo della Direzione distrettuale antimafia, Alessandra Dolci,  per rafforzare i controlli antimafia attraverso un sistema di verifiche programmate delle attività. Prima, infatti, si seguiva il sistema della verifica a campione come prevede la normativa nazionale. Le maglie erano troppo larghe, sfuggivano troppi pesci interessanti. Servono i dati per capire che qualcosa sta cambiando. Nel 2017 sono state tre le attività colpite: gli ambulanti di frutta e verdura Antonio Dore e Rocco Giannone, e il barbiere Annunziato Cammareri. Nel 2018 il numero è salito a sei e nel 2019 la Prefettura ha emanato 24 interdittive antimafia.

L'anno della Fornace Milano srl

Il 2020 inizia con l'interdittiva alla "Fornace Milano srl", la società che controlla il locale milanese dell'Antica pizzeria da Michele, un nome storico della tradizione napoletana, che dalla prima pizzeria aperta nel 1906 nel cuore di Forcella è diventato un brand internazionale con filiali in franchising anche all’estero. Quello in piazza della Repubblica 27, a Milano, rientra in questa categoria e non ha alcun collegamento con la sede originale. Una precisazione importante visto che da ieri sulla porta d’ingresso della filiale milanese c’è questo cartello: “Oggi siamo chiusi per problemi tecnici, ci scusiamo”. Una formula che solleva dall’imbarazzo di dover spiegare che il problema tecnico è l’interdittiva antimafia e la conseguente revoca della licenzia commerciale alla pizzeria.

L'uomo chiave: Lazzaro Luce

Tutto parte da una serie di approfondimenti su un personaggio chiave, Lazzaro Luce, manager campano originario di Santa Maria Capua Vetere, presidente di squadre di calcio minore e, secondo l’accusa, anello di congiunzione tra i clan camorristici del Casertano e l’attività pubblica controllata dalla Fornace srl. Il 7 novembre 2013 è stato arrestato nell’ambito di una inchiesta della Dda di Napoli su un giro di mazzette per appalti nell’Azienda sanitaria locale di Caserta avvenuto tra il 2006 e il 2012, una vicenda che aveva coinvolto 13 persone tra politici e imprenditori dell’area, accusate a vario titolo di concussione, turbativa d’asta e corruzione aggravata dall’articolo 7, ovvero concorso esterno in associazione mafiosa.

All’epoca Luce era amministratore e presidente del consiglio d'amministrazione (dal quale è stato sospeso l’11 novembre 2013) della Derichebourg Multiservizi spa, società con sede a Nuoro legata a una holding francese quotata alla Borsa di Parigi, attiva nel settore delle pulizie e manutenzione di grandi strutture tra cui l’aeroporto napoletano di Capodichino. Uno degli imprenditori coinvolti nell’inchiesta, Angelo Grillo (a sua volta ex patron del Marcianise Calcio), riferì che la Derichebourg sarebbe stata in realtà sotto l’influenza di Nicola Ferraro, un ex consigliere regionale dell’Udeur ritenuto contiguo ai Casalesi e arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa.

La condanna e l'aggravante camorristica esclusa

Il primo grado si era concluso con la condanna a 5 anni per Luce, 10 per Grillo e 4 per il co-imputato Angelo Polverino, ex consigliere regionale di Forza Italia. Luce doveva anche rispondere dell’aggravante camorristica di aver favorito il clan dei Casalesi e dei Belforte ma il tribunale di Santa Maria Capua Vetere non aveva riconosciuto la fattispecie, escludendola dal suo caso. Questa vittoria personale non aveva impedito alla Prefettura di Napoli di emettere un’interdittiva antimafia nei confronti della Derichebourg, provvedimento confermato prima dal Tribunale amministrativo regionale della Campania e poi dal Consiglio di Stato nel 2017. Ai giudici non era bastata la decisione della società di cambiare la sede legale e di licenziare Luce, il fratello e la figlia.

La prima sezione del Tar Campania, presieduta da Salvatore Veneziano, in risposta al ricorso della società spiegò così la conferma dell’interdittiva:

“Le risultanze del procedimento penale a carico dell’ex amministratore unico, pur non avendo condotto il giudicante Tribunale di Santa Maria Capua Vetere all’accertamento della contestata aggravante dell’agevolazione in favore del clan camorristico dei Casalesi, restano, comunque, rilevanti nel loro oggettivo valore storico-sintomatico, siccome rivelatrici del tentativo di infiltrazione mafiosa nell'impresa. Alla luce delle attuali emergenze processuali, non risulta, pertanto, essere venuto meno il pericolo di condizionamento da parte della criminalità organizzata nei confronti della società, assunto a fondamento della confermata misura ostativa antimafia”.

Questo è un passaggio determinante nella vita delle società di Luce perché sembra che gli approfondimenti sulla sua attività milanese partano proprio da lì. Del resto non parliamo di un personaggio sconosciuto, basti pensare che già nel marzo 2014 il suo nome era finito addirittura nel titolo di un libro anticamorra: “Da Cosentino a Lazzaro Luce. La città di Caserta nelle mani dei Casalesi”, di Antonio M. Moccia. 

La vita da presidente di squadre di calcio

Personaggio poliedrico Lazzaro Luce, famoso per la sua passione calcistica, iniziata nel 2010 a Sarno, dove preleva l’Ippogrifo, società che milita nel campionato regionale di Eccellenza. Le intenzioni sono chiare da subito: salire in serie D. Non va secondo i piani. La squadra gioca bene ma non raggiunge l’obiettivo, pur conquistando la Coppa Italia dilettanti. È il 2 febbraio 2011, gioca contro il Procida allo stadio Giraud di Torre Annunziata davanti a duemila spettatori. Sull’onda del successo, a giugno di quell’anno Luce rileva un’altra squadra di Eccellenza, la Gladiator di Santa Maria Capua Vetere, fino a quel momento di proprietà di Alfonso Salzillo, imprenditore e consigliere comunale del Pdl in quel comune. Per qualche anno la carriera politica di Salzillo è in discesa e fino al 2015 ricopre l’incarico di consigliere e assessore del Comune di Santa Maria Capua Vetere. Ad aprile 2016 la discesa finisce contro il muro della Dda e dei carabinieri, che lo arrestano con l’accusa di associazione per delinquere di tipo mafioso e corruzione elettorale finalizzata a favorire il clan dei Casalesi.

Luce è entusiasta dell’acquisto e dichiara pubblicamente: “Il Gladiator è un brand prestigioso, in tre anni riporterò nuovamente i neroazzurri nel calcio che conta”. In effetti i Gladiator iniziano bene e al termine di un’ottima stagione perdono la finale nazionale contro il Messina. Ma salgono comunque in serie D dopo undici anni grazie all’acquisto del titolo del Nuvla San Felice (che finirà al secondo posto). Finisce la stagione e finisce anche l’amore di Luce per i Gladiator, che lamenta carenze e mancanza di collaborazione da parte del Comune. Il 7 giugno 2013 il presidente Luce compra le quote dell’A.C. Savoia 1908 dall’imprenditore avellinese Sergio Contino. Anche questa avventura dura poco perché nel novembre arrivano le manette per l’inchiesta sull’Asl. Dopo due anni di silenzio, Luce rilascia un’intervista esclusiva al sito SoloSavoia.it in cui conferma che la squadra non è più nei suoi piani e motiva così: “Dopo lo choc per quanto mi è successo, ho la necessità di dedicarmi a me stesso, alla mia famiglia ed al lavoro. Devo ricostruirmi. E non è facile a 55 anni”. La pizzeria Da Michele di Milano era la dimostrazione che la ricostruzione stava procedendo bene.