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Un concentrato di anticorpi per i malati di Covid-19: la nuova terapia parte da Bergamo

I medici del reparto di Nefrologia dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo hanno sviluppato una nuova tecnica che prevede l’estrazione degli anticorpi dai pazienti guariti dal Covid-19 per infonderli nei malati gravi in terapia intensiva. I primi risultati sono “estremamente incoraggianti” e non si sono registrati ancora effetti collaterali. Al donatore non viene portato via sangue, ma solo un concentrato di anticorpi.
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A cura di Salvatore Garzillo
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Se l’emergenza Covid-19 è davvero una guerra, l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo è stata una trincea di prima linea. Migliaia di malati, centinaia di morti, giornate lunghe settimane, personale risucchiato in un vortice. Eppure, anche in mezzo alla tempesta sanitaria, la ricerca è andata avanti e proprio da lì, da quel fronte esposto potrebbe arrivare una nuova arma contro il virus.

Non un medicinale ma gli anticorpi prodotti dai pazienti guariti dal Covid-19, estratti con un particolare macchinario per essere infusi nei malati gravi. "Gli anticorpi vengono raccolti in una sacca che, dopo un controllo al centro trasfusionale viene portata alla terapia intensiva per essere somministrata a pazienti che stanno morendo – spiega a Fanpage.it Piero Luigi Ruggenenti, direttore dell'unità di Nefrologia e dialisi del Papa Giovanni XXIII – Li usiamo su pazienti che hanno il 40 per cento di probabilità di morire".

La terapia nata da un'intuizione

La terapia è nata da un’intuizione dei medici della Nefrologia: "Noi usavamo questa procedura per curare la nefropatia membranosa, una malattia dei reni che è dovuta a degli anticorpi che invece di difenderci dalle infezioni aggrediscono i reni e li distruggono – continua Ruggenenti, che coordina il progetto assieme a Stefano Rota e Diego Curtò – Nel caso della patologia usiamo la strumentazione per estrarre quasi tutti gli anticorpi che poi buttiamo via perché nocivi. Così abbiamo pensato di utilizzare lo strumento sui pazienti guariti da Covid-19 e di recuperare le sacche di anticorpi per infonderli in quei malati gravissimi".

I dati sono incoraggianti. Nessuno dei pazienti sottoposti al trattamento è morto o ha avuto effetti collaterali. Anche il donatore non ha problemi, dopo circa due ore di estrazione può ritornare a casa sulle proprie gambe. "L’idea che questo piccolo gesto possa salvare altre vite è stata una spinta più che sufficiente per venire in ospedale – racconta Paolo, un tecnico informatico di Bergamo sopravvissuto al Coronavirus che ora guarda la sacca riempirsi di liquido giallo comodamente sdraiato sul lettino – E comunque la procedura non è per nulla dolorosa, quindi la consiglierò ad amici e conoscenti che hanno sconfitto il Covid".

Non una semplice donazione di plasma

A differenza dell’estrazione del plasma, con questa nuova tecnica studiata dall’ospedale di Bergamo il donatore rilascia solo gli anticorpi. La cannula aspira il sangue, trattiene gli anticorpi in uno speciale filtro che li raccoglie nella sacca, e riporta dentro i globuli rossi. "Con una normale donazione di sangue il donatore avrebbe bisogno di una pari quantità da reintegrare nel corpo. – spiega Ruggenenti, che non dimentica di ringraziare Aferetica, un’azienda nel polo industriale di Mirandola (Bologna) che ha fornito gratuitamente i macchinari – Invece in questo modo rilascia solo anticorpi utili. Se dovesse ammalarsi di nuovo il suo organismo sarà in grado di riprodurli automaticamente". Inoltre, un dettaglio non trascurabile, l’estrazione di anticorpi costa la metà di uno scambio di plasma.

Il tesoro salvavita in una sacca

Una volta terminata l’operazione, la sacca gialla con il tesoro salvavita passa al centro trasfusionale per verificare che non ci siano altri virus. "Dopo i test di sierologia viene congelata a -80 gradi in attesa di utilizzarla per il paziente che ha lo stesso gruppo sanguigno del donatore – stavolta a parlare è Anna Falanga, la direttrice del reparto di Immunoematologia e medicina trasfusionale – È una terapia promettente e, soprattutto, in attesa di un vaccino definitivo va tenuta seriamente in considerazione".

Il viaggio della sacca di anticorpi finisce in terapia intensiva, nella prima linea di questa emergenza, dove si è arrivati fino a 100 pazienti alla volta. "Qui abbiamo avuto il numero più grande dopo Wuhan", ricorda Ferdinando Luca Lorini, il direttore dell’Unità di Anestesia e Rianimazione. La mascherina gli copre metà del volto ma non riesce a nascondere il suo sguardo deciso e allo stesso tempo rilassato. "Rilassato", un aggettivo che sembra impossibile in un posto del genere e che, invece, è il vero approccio vincente di questi medici. Mentre racconta i dettagli della nuova procedura, alle spalle di Lorini ci sono colleghi che circondano i lettini di tre pazienti. La situazione sembra tranquilla, molto diversa dai giorni del caos. "Abbiamo ancora 50 pazienti Covid-19 intubati ma siamo lontani dal picco della crisi. Stiamo ancora raccogliendo dati ma finora l’infusione degli anticorpi non ha causato problemi nei soggetti sottoposti. I risultati sono estremamente incoraggianti".

"La cosa più sicura al momento"

Il suo ottimismo è condiviso a distanza da Giuseppe Remuzzi, il direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche "Mario Negri" di Bergamo, il polo di ricerca che dal 1979 lavora in collaborazione col Papa Giovanni XXIII, struttura in cui ha lavorato per anni come direttore del Dipartimento di Medicina. Incontriamo il prof. Remuzzi nel suo studio, da un lato della stanza c’è un lungo mobile basso ricoperto di premi e riconoscimenti. Spunta anche la foto dell’incontro con Papa Francesco. "Credo che in questo momento l’infusione degli anticorpi sia la cosa più sicura che abbiamo per i malati gravi. Malati che in questo modo possono essere curati a casa, seguendo protocolli molto semplici che stiamo ultimando. Bisogna restare cauti ma potrebbe essere la soluzione".

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