A sinistra Fabio Manduca, accusato dell’omicidio volontario di Daniele Belardinelli (a destra)
in foto: A sinistra Fabio Manduca, accusato dell’omicidio volontario di Daniele Belardinelli (a destra)

"Qual omicidio, chill se vuttat iss annanz a machin, frà". È il 6 aprile 2019, Fabio Manduca parla al cellulare con un amico che gli telefona per verificare una voce che lo dava per arrestato. In quel momento Manduca era "solo" indagato e si lascia scappare questa frase che tradisce, se non una piena responsabilità, almeno la consapevolezza di aver investito Daniele Belardinelli, l'ultras varesino morto la notte di Santo Stefano del 2018 a Milano, in occasione degli scontri tra ultrà prima della partita Inter-Napoli. Una telefonata simile Manduca, arrestato oggi con l'accusa di omicidio volontario, l’aveva avuta il 14 gennaio con la sorella, nei giorni in cui aveva saputo di essere stato iscritto nel registro degli indagati. La rassicura dicendo che "tanto questa cosa finirà a pane e puparuoli" (un’espressione dialettale per dire che si sarebbe risolta in un nulla di fatto) e per motivare la sua certezza le dice che anche l’avvocato gli ha anticipato che sarebbe finito tutto in prescrizione a causa del tempo che gli inquirenti avrebbero perso per sentire tutte le persone coinvolte. Dopo un minuto e mezzo di conversazione Manduca dice: "Non agg vuttat' a nisciun' ‘nterr'. Ma chi se n'è accort’. Ma si pur' l'agg' vuttat', nun ce ne simm' accort'" ("Non ho investito nessuno. Ma chi poteva accorgersene? Ma se anche lo avessi investito non ce ne saremmo accorti", ndr). E la sorella replica: "Brav! In miez' a tutta chella baraonda… cos… ma comm' cazz'… Non t'accuorg' ‘e nient'… è normal' in mezz' a chill…" ("Bravo! In mezzo a quella baraonda… cose… ma come cazzo… Non ti accorgi di niente… è normale in mezzo a quello…").

Tifosi interisti poco coraggiosi

Queste frasi intercettate compongono il complesso puzzle investigativo che ha portato all’ordinanza firmata dal giudice per le indagini preliminari di Milano Guido Salvini, il quale nelle prime pagine sottolinea che si è giunti all’individuazione di Manduca solo grazie al lavoro metodico e attento degli uomini della Digos diretti da Claudio Ciccimarra.

"Infatti nessun tifoso interista, tra i molti che al momento dei fatti in via fratelli Zoia si trovavano certamente intorno a Belardinelli e a Piovella (uno dei 3 interisti arrestati per gli scontri, ndr), nel corso delle settimane successive ha sentito il dovere e ha avuto la sensibilità di presentarsi agli investigatori per narrare quanto aveva visto e fornire elementi utili per ricostruire la dinamica dell’investimento ed individuarne l’autore. Ha prevalso infatti, nell’ambiente dei tifosi interisti, con una certa mancanza di coraggio, la volontà di autotutelarsi e cioè di non rendere comunque nota la propria presenza sul luogo dei fatti anche se ogni racconto, anche parziale, soprattutto se coniugato a quello di altri, avrebbe consentito di comprendere prima e in modo più completo quanto era avvenuto".

Nelle 83 pagine di ordinanza è ricostruito ogni secondo di quella serata del 26 dicembre 2018, quando gli ultras interisti (supportati dai tifosi del Nizza e del Varese, di cui Belardinelli faceva parte) hanno aggredito i napoletani. Pochi minuti di guerriglia urbana studiata da tempo, "un’azione di stile militare, preordinata e avvenuta a distanza dallo Stadio Meazza tendendo un agguato ai tifosi della squadra opposta che erano giunti a Milano e stavano transitando in una via ancora lontana dalla sede dell’incontro sportivo". Il magistrato la definisce: "Espressione tra le più brutali di una sottocultura sportiva di banda".

Lo scooter spia

I destini di Manduca e Belardinelli sono concentrati in quei pochi secondi registrati da diverse telecamere installate lungo via Novara. Il primo segnale dell’agguato è rappresentato dalla staffetta "di uno scooter spia" guidato da un tifoso interista non identificato. Segue il corteo di mezzi napoletani dall’uscita della tangenziale fino a via Novara, dove prosegue dritto in prossimità del punto stabilito per l’attacco, "fornendo con ogni probabilità indicazioni agli ultras interisti appostati in via Fratelli Zoia". A tal proposito un tifoso napoletano ha dichiarato: "Ricordo che mentre viaggiavamo ho notato di essere stato affiancato sul lato destro da un ciclomotore con due persone a bordo, dopo notavo qualcosa lanciata in aria e da quel momento sono sbucati da alcune stradine decine di persone travisate ed armate". Si riferisce a un fumogeno che viene acceso alle 19.24, quando l’uomo che dà il via alla guerriglia vede passare all’incrocio tra via Novara e Fratelli Zoia la "Meazza 4", una volante che è preceduta da una decina di mezzi di tifosi napoletani e seguita da altri. Appena il fumogeno si accende, scatta il semaforo rosso all’incrocio. In questo modo il corteo si frammenta. Tutte le auto restano ferme tranne due che seguono la volante: una Audi A3 Sportback e la Renault Kadjar su cui viaggia Manduca con altri quattro passeggeri.

Il fumogeno dà il via all'attacco

Il razzo segna l’inizio: un primo gruppo di 40-50 persone, nascosti in attesa nel vicino parco, si riversa su via Fratelli Zoia e la percorre di corsa fino all’incrocio con via Novara. Belardinelli era in questo blocco, in testa al gruppo. Trascorrono solo cinque secondi da questo momento. L’Audi A3 rallenta di fronte ai pedoni, la Kadjar supera a sinistra e continua la marcia senza esitazione, travolgendo ciò che aveva davanti per uscire dal caos della guerriglia.
Racconterà Piovella durante l’interrogatorio del 4 marzo: "Non sono in grado di specificare il punto della carreggiata dove si trovava (Belardinelli, ndr). Ho visto già per terra il corpo, aveva la testa verso il marciapiede, era di traverso rispetto alla direzione di marcia. Non ricordo se supino o a pancia in giù. Io vedo solo la macchina che gli passa sopra. Era una macchina scura, non mi sembra che fosse di dimensioni enormi. Gli sono passate tutte e due le ruote destre, gli ha preso le gambe". Belardinelli verrà portato via di peso e morirà in ospedale a causa di un numero impressionante di fratture che hanno reciso le arterie. Gli scontri, invece, andranno avanti ancora qualche minuto.

La dinamica dell'investimento ricostruita dalla Digos

Tutte le fasi dell'investimento sono state ricostruite dalla Digos, anche attraverso delle slide. La Kadjar continua la marcia fino all’incrocio tra via Novara e via Harar. Sono le 19.25. Dall’auto scendono tutti per controllare, anche grazie alla torcia del cellulare, se ci siano danni. Alle 19.28 ripartono. Uno dei compagni d’auto di Manduca negherà ai magistrati di essersi fermati subito dopo ("Ci siamo fermati una volta arrivati allo stadio"), ma si scoprirà successivamente che la dichiarazione era viziata dalle pressioni dello stesso Manduca. Era così preoccupato dalle eventuali dichiarazioni dell’amico che al suo ritorno da Milano andò a prenderlo alla stazione.