Un frame del video sull’inchiesta che ha portato a 43 arresti in Lombardia
in foto: Un frame del video sull’inchiesta che ha portato a 43 arresti in Lombardia

Si chiama Renato Napoli, a dispetto del cognome non ha alcun legame con la Campania, è nato a Milano l’11 settembre 1962 e vive da anni a Bollate. È incensurato, formalmente un insospettabile, un imprenditore di lungo corso, quello che gli investigatori chiamano un colletto bianco. La prima parte dell’ordinanza dell’indagine “Mensa dei poveri” (che ha svelato una radicata consorteria affaristica che mischierebbe politica, imprenditoria e ‘ndrangheta) è tutta incentrata su di lui, ritenuto dagli inquirenti (accuse che naturalmente dovranno essere provate) "promotore ed animatore delle due vicende di turbativa d’asta” e “punto di riferimento” per una grossa cordata di imprenditori che si accordavano per proporre prezzi al ribasso durante l’offerta per i bandi di gara in modo da ottenere ognuno il lotto a cui era davvero interessato. Nello specifico, sotto la lente della procura c’è il bando per il servizio di “rimozione neve a Milano, Pero e Trezzano sul Naviglio” e per la “posa in opera di reti teleriscaldamento in Milano e provincia”. Il primo era stato indetto da Amsa e faceva riferimento al periodo dal 15 novembre 2017 al 15 marzo 2021 con assegnazione di 50 lotti per un importo totale di euro 4.796.904 iva esclusa, il secondo era stato pubblicato da A2A Calore & Servizi s.r.l. e riguardava l’assegnazione di 4 lotti per un importo totale di 5 milioni di euro iva esclusa, suddiviso in cinque lotti di 1.250.000 l’uno. Napoli lo dice chiaramente in un’intercettazione: “Che ognuno si guarda poi il suo lotto…”.

Il giudice: costanti rapporti con la ‘ndrangheta

Nelle quasi 800 pagine di ordinanza si legge che Napoli (così come l’altro imprenditore Daniele D’Alfonso, a cui è contestata l’aggravante mafiosa) “mantiene costanti rapporti con esponenti di famiglie di spicco della ‘ndrangheta operante in Lombardia elargendo loro somme di denaro, subappaltando in via di fatto alle imprese dalle stesse gestite parte delle commesse prese in carico dalla propria società, assumendo personale indicato dagli esponenti delle famiglie, anche in violazione della normativa antimafia”. I magistrati parlano di un contesto “a cavallo tra la criminalità d’impresa e quella organizzata”.

Il presidente assieme a boss e affiliati

Napoli è presidente del consiglio di amministrazione della Simedil s.r.l. (con sede a Novate Milanese), società partecipata al 50 per cento dalla Simet s.p.a. e per l’altro 50% dalla Edilnapoli s.r.l., ditta di cui lo stesso ricopre la carica di amministratore unico. Entrambe le società sono specializzate nella gestione di commesse pubbliche e private, si occupano di trasporto di inerti, realizzazione di gasdotti, acquedotti e fognature, pavimentazioni speciali e arredo urbano. A capo c’è Napoli, il cui nome era già emerso nell’indagine “Infinito” del 2010, il filone milanese di una delle più grandi inchieste contro la ‘ndrangheta che ha portato alla condanna di più di 200 persone per reati che vanno dal riciclaggio all’omicidio passando per il traffico di droga. Nelle carte di “Infinito” Napoli è citato per i suoi contatti con alcuni affiliati alla “locale” di Cormano, quasi tutti originari di Grotteria (Reggio Calabria), paese di origine della sua famiglia. In particolare, l’imprenditore emerge da una telefonata intercettata a Pietro Francesco Panetta (condannato con sentenza passata in giudicato a 10 anni poiché ritenuto proprio a capo della “locale” di Cormano) che parla con Pasquale Marando, un funzionario delle dogane che nel 2014 è stato sottoposto alla sorveglianza speciale per tre anni a causa dei suoi rapporti con esponenti della ‘ndrangheta lombarda tra cui Panetta (e altri affiliati come Cosimo Raffaele Magnoli, Domenico Lauro, Giuffrida Tagliavia) per “aver messo a disposizione del sodalizio le sue competenze professionali e politiche, sia quale funzionario dell’Agenzia delle Dogane, sia per convogliare e raccogliere voti nelle competizioni elettorali”.

Il summit di ‘ndrangheta e la "Crociata"

Marando aveva anche partecipato al summit del 23 maggio 2009 nella tenuta “La Masseria” della famiglia Valle (i cui componenti recentemente sono stati condannati per associazione a delinquere dal tribunale di Milano per associazione mafiosa). Un incontro importante, definito dagli investigatori “momento culminate di un preciso e strategico accordo criminoso, ideato dalle cosche calabresi per ingerirsi nelle amministrazioni locali della Lombardia” e la cui finalità era “promuovere la candidatura di Leonardo Valle al consiglio comunale di Cologno Monzese”. La frequentazione tra Marando e Napoli va avanti, risulta nell’indagine “Crociata”, operazione del 2016 contro la ‘ndrangheta in Brianza. In una conversazione Marando gli parla della necessità di spostare circa 50mila euro dal proprio conto su un altro intestato a una prestanome, in modo da evitare una imminente confisca. “Ora non solo se arriva qualcosa del genere non pago l’avvocato, ma me li pignorano pure e se li prendono loro, quindi io a questo punto mi devo tutelare questi soldi che non sono nemmeno i miei – dice Marando – Senti hai una banca qui, da portare questi soldi in modo che così… però deve essere una che non ha la sede a Milano (…) e li sposto lì così che cazzo mi prendono, un cazzo”. E Napoli risponde: "Ti apri un conto tu e te li sposti lì". "Crociata" rivela anche che Napoli forniva lavoro a ditte del settore movimento terra riconducibili a ‘ndranghetisti e familiari, come nel caso del 41enne Giuseppe Molluso (condannato a 9 anni e tre mesi per associazione mafiosa), figlio di Giosofatto, nato a Platì 70 anni fa ed emigrato a Buccinasco nel 1993. Quest’ultimo risulta fortemente legato all’imprenditore Daniele D’Alfonso.

La rubrica telefonica pericolosa

Non è finita, tra i frequenti contatti di Napoli c’è anche Giuseppe Pastelli (vengono registrate 232 comunicazioni tra loro tra il 2015 e il 2017), lo stesso che sempre in “Crociata” era risultato legato a Pasquale Ventura e al figlio Anselmo, entrambi crotonesi vicini alle consorterie di Isola Capo Rizzuto e attivi a Busto Arsizio: il padre è stato condannato a 24 anni per diversi reati (tra cui associazione mafiosa, estorsione, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti e rapina), il figlio a 14 anni (per estorsione in concorso e associazione finalizzata al traffico di droga). Come se non bastasse, i carabinieri hanno registrato un incontro avvenuto a Novate Milanese il 18 maggio 2015 tra Napoli, Franco Pugliese (arrestato per intestazione fittizia di beni e scambio elettorale aggravato dal metodo mafioso, usura e tentata estorsione) e Francesco Bianchi (condannato a 19 anni tra l’altro per omicidio e occultamento di cadavere in concorso), entrambi legati a cosche di Isola Capo Rizzuto. Nella rubrica di Napoli c’è anche Pietro Paolo Portolesi (65 contatti tra loro in due anni), condannato per associazione mafiosa e descritto dai carabinieri di Platì come “di particolare interesse operativo poiché inserito in seno alla consorteria mafiosa Truimboli-Marando, in quanto autista e uomo di fiducia di Pasquale Marando, elemento di prim’ordine e anello di congiunzione della ‘ndrangheta calabrese per la gestione degli stupefacenti tra la Colombia e l’Italia".