Roberto Formigoni in tribunale
in foto: Roberto Formigoni in tribunale

Era il 2011, lui sorrideva e annuiva, poi d’un tratto cambiò faccia, si irrigidì, si erse nella sua altezza e camminò via veloce, imboccando le scale: fu questa la sua reazione a una mia domanda, nel periodo in cui mi illudevo di fare citizen journalism ed è questo il ricordo dal vivo che ho di Roberto Formigoni, all’epoca governatore della Lombardia, entrato ieri nel carcere di Bollate in seguito alla condanna definitiva a 5 anni e 10 mesi per corruzione. Se oggi molti gioiscono per l’inizio della detenzione di Formigoni, la ragione è forse da ricercare proprio in quel modo di porsi, in grado di passare dalla massima affettazione alla durezza supponente, con un ego immune da ogni imbarazzo: il Celeste poteva esibirsi in innocue suonerie rap ma anche ostentare il suo potere con la costruzione della nuova monumentale sede della Regione. Sembrava anzi sublimare, a nome e a spese dell’istituzione, quel lusso di cui personalmente dichiarava di non voler godere: non è infatti soltanto affiliato a Comunione e Liberazione, è anche memor domini, con il voto di obbedienza, povertà e castità.

Gli anni di Formigoni: la privatizzazione della cosa pubblica

Non si deve certo festeggiare per il carcere, ma non è il caso di dimenticare per compassione quel che Formigoni ha rappresentato e, soprattutto, quanto gli anni della sua amministrazione siano stati caratterizzati da una graduale privatizzazione della cosa pubblica verso centri di potere diversi da quelli dei cittadini (che comunque gli hanno sempre tributato risultati elettorali piuttosto soddisfacenti). Basti pensare al diritto allo studio e ai sistemi di finanziamento tramite Buono scuola, che spostavano i fondi dalle scuole alle famiglie, foraggiando così le scuole paritarie. O, ancora, alla sanità lombarda, che sarà efficiente, ma con un arricchimento per gli attori privati: chi vive in Lombardia e deve prenotare una visita medica, sa bene come le liste d’attesa degli ospedali pubblici siano lunghe, con i primi appuntamenti disponibili anche l’anno successivo alla prescrizione del medico. Sono gli stessi operatori dei centri di prenotazione, di fronte ai tempi di attesa eccessivi, a segnalare l’alternativa delle cliniche convenzionate (a parziale spesa pubblica) o della libera professione (a carico del paziente), finendo per rendere il diritto alla salute un privilegio concesso a chi si può permettere controlli e terapie precoci.

Le polemiche sull'opportunità di alcune nomine

Formigoni incarna questo tipo di politica, discutibile, ma legale. Poi ci sono le accuse e i reati, che la magistratura ha indagato e, in certi casi, accertato. E, infine, ci sono le questioni di opportunità e le inquietudini che società civile, giornalisti e inquirenti hanno di volta in volta sollevato soprattutto in tema di criminalità organizzata: negli ultimi decenni la mafia (‘ndrangheta in testa) in Lombardia si è infiltrata in diversi rami del mercato, legale e illegale, dal traffico di droga allo smaltimento dei rifiuti, passando da procacciamento di voti, opere pubbliche, movimento terra e ludopatia. Nel periodo in cui Formigoni era governatore della Regione, c’è perfino stata una (accertata) guerra di mafia sul territorio lombardo, in reazione alle spinte secessioniste della locale guidata da Carmelo Novella (ucciso nel 2008); intanto, la criminalità organizzata ha colpito anche innocenti come Lea Garofalo.

Nello stesso periodo, Formigoni nominava componenti esterni per la legalità e trasparenza nelle procedure regionali Mori e De Donno, che al tempo erano sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa (il procedimento è ancora aperto, dopo le condanne in primo grado): una scelta (forse) non illegale, ma quanto meno inopportuna. Questo gli chiesi quando mi illudevo di fare citizen journalism: che merito avessero, che bisogno ci fosse di nominare proprio loro per un ruolo tanto delicato, ferma restando la presunzione di non colpevolezza che, ora come allora, spetta ai due interessati. Formigoni si irrigidì, "Molto merito" rispose con il tono acuto e la erre moscia, e se ne andò, circondato di collaboratori eleganti, lasciandosi alle spalle la mia obiezione di cittadina. Anche questo era (è?) Formigoni, e questa sua supponenza hanno in mente molti lombardi alla notizia della sua carcerazione: sic transit gloria mundi.