"La città ha anticorpi forti contro razzismo e neofascismo. Ma le reazioni dopo gli episodi più gravi, da sole, non bastano. Quello che serve è un'azione preventiva, una controffensiva di carattere culturale". È il pensiero del presidente milanese dell'Anpi, Roberto Cenati, intervistato da Fanpage.it dopo l'ultima provocazione di stampo neonazista a Milano, con una svastica e la scritta S.S. comparse in via Rovetta, quartiere Turro, sotto la targa commemorativa di un deportato nel campo di concentramento di Mauthausen. Un insulto che arriva a pochi giorni dal partecipato presidio al Memoriale della Shoah in cui centinaia di milanesi hanno espresso solidarietà alla senatrice a vita Liliana Segre, sotto scorta dopo le minacce ricevute.

Sembra che ci siano due Milano: una che si mobilità con passione in difesa di Liliana Segre e l'altra che risponde con simboli nazisti. Che clima si respira?

C'è un clima pesante e non solo a Milano. L'intolleranza e il ritorno dell'antisemitismo preoccupano. Nel mese di aprile di quest'anno in città ci sono stati cinque casi di imbrattamenti di lapidi e corone bruciate in città, altri episodi si sono verificati nei mesi successivi. Sono casi avvenuti in tutta Europa negli ultimi mesi. Ancora più grave è l'indifferenza. La nostra società è sempre più indifferente e questo è grave. Liliana Segre ha detto che per lei l'indifferenza è peggio della violenza, perché significa voltare la faccia dall'altra parte.

Eppure quando accadono episodi gravi, come le minacce alla senatrice, non c'è indifferenza. Il presidio dell'11 novembre lo dimostra. È la prevenzione che manca?

La città ha anticorpi forti contro razzismo e neofascismo. Ma le reazioni dopo gli episodi più gravi, da sole, non bastano. Quello che serve è un'azione preventiva, una controffensiva di carattere culturale. Come Anpi nel 2018 abbiamo incontrato 38 mila studenti delle scuole medie e superiori a Milano e provincia. Noi il lavoro di prevenzione lo facciamo, nei limiti delle nostre forze, ma non è sufficiente. Quello che manca è soprattutto una prevenzione fuori dalle scuole, tra gli adulti che hanno perso la memoria e rimosso il passato.

Vi sentite lasciati soli a condurre questa "controffensiva culturale"?

Devo dire che a Milano non c'è una sensazione di solitudine. Il sindaco Sala è attento al tema e ci è vicino, la Digos fa un lavoro molto attento su tutte le nostre segnalazioni. Milano è un'eccezione rispetto ad altre realtà, ma anche qui c'è molto da fare. Il problema nasce da lontano. I partiti che hanno fatto la Resistenza e scritto la Costituzione non ci sono più, i sindacati hanno perso forza e penetrazione, il lavoro è sempre più precario. Manca il tessuto sociale attraverso cui i valori dell'antifascismo e la memoria si innervavano.

Che idea vi siete fatti sugli autori di questi raid che si ripetono tra scritte, provocazioni e corone date alle fiamme?

Trovare i responsabili è difficile, se non quasi impossibile. Noi però abbiamo denunciato che buona parte di questi episodi avviene nel Municipio 5, dove in uno stabile Aler c'è la sede di Forza Nuova. In quell'area il numero e la frequenza degli episodi ci fanno pensare. Abbiamo chiesto da tempo ad Aler di disdire il contratto, che è a nome di un'altra associazione che a sua volta subaffitta a Forza Nuova. Non è facile però tracciare una mappa dei raid neofascisti. Quello di oggi, per esempio, è accaduto in un quartiere che non è noto per un numero altissimo di episodi e a due passi da un circolo Arci. Quello che dobbiamo combattere è lo sfaldamento della società, sempre più precaria e senza memoria. Ed è una strada lunga e complicatissima.