L'ex presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, si è presentato questo pomeriggio di fronte ai giudici del Tribunale di sorveglianza di Milano per chiedere la detenzione agli arresti domiciliari. L'ex governatore è stato condannato in via definitiva a 5 anni e 10 mesi per corruzione e dal 22 febbraio è detenuto nel carcere di Bollate. Formigoni è arrivato al Palazzo di Giustizia di Milano con indosso una maglietta bianca e jeans chiari ed è apparso molto dimagrito.

I difensori dell'ex governatore hanno chiesto i domiciliari

A marzo la Corte d'appello di Milano aveva respinto la richiesta avanzata dai legali dell'ex Celeste di dichiarare inefficace l'ordine di carcerazione. I difensori di Formigoni avevano chiesto la detenzione domiciliare in considerazione della sua età, 71 anni. Una misura che i giudici non hanno applicato in osservanza alla "legge spazzacorrotti" che impedisce le pene alternative al carcere non per i condannati per reati come la corruzione. La norma, secondo la difesa, non sarebbe stata applicabile in maniera retroattiva. La decisione dei giudici all'epoca era stata negativa.

La lettera dal carcere: Non hanno potuto inquinare il mio cuore

Dal carcere di Bollate, un mese e mezzo fa, Formigoni  ha scritto una lettera al mensile cattolico ‘Tempi'. "Hanno potuto condannarmi ma non hanno potuto decidere del mio modo di reagire e di vivere, non hanno potuto inquinare né il mio cuore né il mio cervello", le parole dell'ex presidente, che ha anche raccontato i suoi primi tre mesi in carcere spiegando di usare il tempo "per studiare, testi classici e contemporanei, politica, economia, teologia".

L'inchiesta: utilità milionarie in cambio di rimborsi non dovuti

Formigoni è stato condannato in via definitiva per corruzione per aver ricevuto "utilità" – quantificate in oltre 6,6 milioni di euro e consistenti in vacanze di lusso in yacht e ville, cene e regali – in cambio di delibere per garantire rimborsi non dovuti per circa 200 milioni di euro a favore della Fondazione Maugeri di Pavia e dell'ospedale San Raffaele di Milano. I soldi per le utilità sarebbero transitati dai conti di alcune società di proprietà degli imprenditori Pierangelo Daccò e Antonio Simone che hanno patteggiato in appello.