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Ci sono due settori a Milano che più di tutti hanno risentito della crisi negli ultimi dieci anni: sono l'edilizia e quello manifatturiero. Insieme, hanno visto la perdita di quasi 90mila addetti dal 2008. Nel manifatturiero i dipendenti sono calati di oltre 67mila unità, mentre nel campo delle costruzioni il saldo è negativo per oltre 22mila addetti. Ma è proprio quest'ultimo il settore dove, in percentuale (meno 42,5 per cento), si è avuta l'emorragia maggiore di posti di lavoro. La fotografia su come sia cambiato il mondo del lavoro negli ultimi dieci anni a Milano è stata fornita dalla Camera del lavoro Metropolitana Milano nel corso di un incontro che si è tenuto venerdì 8 novembre nell'ex sede della Provincia. I dati sono in chiaroscuro: da un lato fotografano un aumento totale, seppur risicato, degli impiegati nel 2018 rispetto al 2008 (da 1.407.000 dipendenti a 1.466.000). Dall'altro evidenziano come sia diminuita la percentuale di occupati a tempo indeterminato sul totale dei lavoratori subordinati (dal 90,5 per cento nel 2013 all'87,4 per cento nel 2018), per via del ricorso sempre più massiccio a contratti atipici e a termine: una tendenza che, almeno a Milano, il recente Decreto dignità licenziato dal primo governo Conte non ha arginato, anzi.

Due le grandi crisi lavorative aperte nel Milanese

Partendo da questa fotografia di fondo, Massimo Bonini, segretario generale della Camera del lavoro di Milano, ha fatto il punto sulle crisi lavorative più importanti aperte nell'area metropolitana milanese attualmente. Sono due: quella legata all'acquisizione dei punti vendita di Auchan da parte di Conad e quella legata allo stabilimento Cnh Industrial di Pregnana Milanese. "Per quanto riguarda la vicenda Auchan/Conad il territorio milanese e lombardo è quello più colpito (si parla di quattromila lavoratori a rischio in Lombardia, ndr) – dice Bonini a Fanpage.it – perché la catena francese aveva investito molto sul territorio e quindi i problemi occupazionali che derivano da quell'operazione colpiranno molto questo territorio".

"Stiamo parlando di due problemi: il primo sono i  cattivi investimenti di una multinazionale della grande distribuzione che nell'epoca dell'e-commerce ha investito solamente nelle grandi superfici e non in innovazione, trovandosi quindi in difficoltà: e questo è un atteggiamento generalizzato nella grande distribuzione". Dall'altra parte c'è la particolare natura di Conad: "Arriva a comprare i punti vendita di Auchan ma i dipendenti non passeranno automaticamente nei punti vendita Conad, perché Conad è una cooperativa che ha la particolarità di mettere insieme tante piccole cooperative che sono intestate con diverse ragioni sociali". A livello negoziale e di contratti la frammentazione rischia di produrre caos e ritocchi al ribasso sul fronte di contratti e diritti: ciascuna ragione sociale deciderà se assumere o meno i dipendenti del "vecchio" punto vendita, con un rischio concreto a livello occupazione per quei punti vendita meno profittevole. Il marchio non si assume la responsabilità delle singole trattative: "È una scelta scellerata, Conad ha una strategia complessiva per il Paese, è un marchio ben riconoscibile e dunque si deve impegnare a garantire occupazione e un'applicazione dei contratti certa".

Le aperture h24 nella Gdo a Milano hanno prodotto licenziamenti

La crisi Auchan/Conad si inserisce nel quadro di un settore già in crisi, e che la questione delle aperture h24 non ha contribuito a migliorare: "Solo sulla piazza di Milano – dice Bonini – da quando c'è la possibilità di aprire h24 si sono persi quasi 4000 posti di lavoro nel segmento della grande distribuzione. Vuol dire che il problema è un altro: hanno sbagliato gli investimenti, non hanno colto i cambiamenti e alla fine licenziano e pagano i lavoratori, ma anche i territori. Perché queste grandi superfici commerciali lasciano dietro di sé il deserto in un territorio che magari è stato modificato e sventrato per accogliere un centro commerciale al di fuori di ogni logica di collegamento con le infrastrutture di comunicazione.

Caso Cnh: Si vogliono fare sempre maggiori profitti sulle spalle della comunità

Sulla Cnh Industrial di Pregnana Milanese (società del gruppo Fca che produce macchinari agricoli, ma anche autobus, 300 i posti di lavoro a rischio), la questione è diversa: "Stiamo parlando della chiusura di una fabbrica che ha lavorato nel tempo negli investimenti, aggiornando le produzioni, dando buoni risultati di fatturato e dando risultati economici positivi:  però siccome è dentro una logica di strategia complessiva di Fca, dentro quella logica per aumentare i profitti della proprietà si è deciso di trasferire la produzione da un'altra parte e chiudere il sito produttivo di Pregnana". Per Bonini è un esempio di come "una comunità, un territorio e un comune si trovino scippati del diritto al lavoro per semplice calcolo di vantaggio economico della proprietà", che ha deciso di massimizzare i propri profitti "sulle spalle della comunità: noi come comunità paghiamo le tasse anche per finanziare gli ammortizzatori sociali e quindi alla fine paghiamo noi il fatto che una società voglia aumentare i profitti per se stessa senza pensare anche all'interesse sociale che un'azienda può avere in un territorio, cosa che tra l'altro la Costituzione ci ricorda".

Le imprese si devono assumere le loro responsabilità

C'è un tema che accomuna le due grandi crisi – tante sono quelle "minori", come quella che riguarda la Grancasa – lavorative aperte nel Milanese, e anche quel "dramma" a livello nazionale che è l'Ilva, la cui chiusura potrebbe avere ripercussioni anche nell'Area metropolitana di Milano: è la mancata assunzione di responsabilità da parte di molte imprese che operano nei territori. Ed è la politica che deve in primis sollevare la questione: "O la politica ha un moto di dignità e comincia a battere i pugni sul tavolo di fronte a queste situazioni o altrimenti l'inquietudine che le persone hanno di essere state abbandonate dalla politica non terminerà, anzi si acuirà. Bisogna dire chiaramente che le imprese che vengono a investire sono le benvenute, ma non possono fare quello che vogliono", spiega Bonini, secondo cui quanto fatto finora a riguardo, ad esempio col Decreto dignità, non ha funzionato.

Usare i soldi recuperati dalla lotta all'evasione per le politiche del lavoro e della protezione sociale

"Sono le imprese che devono costruire lavoro – aggiunge il segretario – ovviamente aiutate dalle politiche industriali del governo che in questo Paese non si fanno da troppi decenni. Devono però rendersi conto che devono costruire delle attività basate sul lavoro stabile. Gli investimenti che il governo deve fare sul lavoro sono di protezione e sicurezza sociale". Bonini ha anche ben in mente dove reperire le risorse per questi investimenti: "Per la prima volta abbiamo di fronte un governo che parla di recupero di soldi dall'evasione fiscale. le cifre divergono, ma tutte le stime parlano di oltre 100 miliardi: vanno recuperati e reinvestiti nelle politiche del lavoro e nella protezione sociale delle persone".