Un tratto del muro anti spaccio a Rogoredo (LaPresse)
in foto: Un tratto del muro anti spaccio a Rogoredo (LaPresse)

Innalzare un muro è da sempre la soluzione più facile dei problemi. E anche la più inutile. Costruire un muro crea subito una divisione tra ciò che è dentro e ciò che è al di là dello stesso. Ma ciò che è al di là continua a esistere: solo che dietro il muro non si vede. Il muro eretto a Milano, in zona Rogoredo, per risolvere il problema dello spaccio è un'opera che non eliminerà il problema della tossicodipendenza e della droga. Sembra un'ovvietà da scrivere e da dire, ma la speranza è che tutti – amministratori, forze dell'ordine, cittadini – ne siano consapevoli. Ciò che può rendere la vita difficile ai pusher che vendono dosi di eroina e altre droghe a buon mercato è naturalmente sempre bene accetto: ma la sensazione – sgradevole – vedendo l'imponente barriera di cemento che divide i binari dell'Alta velocità dalle zone circostanti dove i pusher imperversavano fino a pochi giorni fa, è che il muro serva solo a spingere un po' più in là i problemi più che a risolverli.

Anni fa, quando arrivai a Milano, mi capitò di incontrare un ragazzo tossicodipendente con la siringa conficcata nella coscia nei giardinetti che si trovavano vicino alla Darsena, lì dove adesso si trova il ponte pedonale. Più volte mi è capitato di chiedermi che fine avesse fatto quel ragazzo dopo che la Darsena venne riqualificata in vista dell'Expo. La risposta in realtà la conosco: è stato spinto sempre più ai margini da una città che, fin dai tremendi anni Ottanta del boom dell'eroina, non ha mai veramente fatto i conti con i suoi problemi: li ha solo spinti un po' più in là. Sia chiaro: contro quell'enorme dramma della tossicodipendenza, che con l'eroina sintetica e le nuove droghe si manifesta in forme sempre nuove, non c'è una soluzione semplice. Ma a maggior ragione la costruzione di un muro, che è una delle più banali operazioni nel campo dell'edilizia, alimenta i dubbi sull'efficacia dell'operazione, per altro confermati dal prevedibile e in qualche modo inevitabile spostamento di pusher e tossicodipendenti a pochi metri di distanza, verso le impervie zone del "boschetto della droga". Assieme ai dubbi il muro alimenta però anche una paura: e cioè che Milano, non vedendoli più, possa dimenticarsi dei disperati che, dietro questo e altri muri continueranno a bucarsi. Sempre più ai margini, sempre più invisibili.