Mario Ortu, a sinistra, con la moglie e il figlio Mattia
in foto: Mario Ortu, a sinistra, con la moglie e il figlio Mattia

"Mio papà è stato una settimana a casa con la febbre alta e l'affanno, ma nessuno è venuto a visitarlo". Questo lo sfogo di Mattia Ortu, uno dei due figli di Mario, 66enne ristoratore sardo molto noto a Milano che faceva il cuoco al ristorante "Isola dei sapori" in zona piazza Cinque giornate. Mario è purtroppo una delle migliaia di vittime del Coronavirus in Lombardia: è morto alle prime ore del mattino di sabato 21 marzo all'ospedale Niguarda. Il ristoratore stava male da una settimana: "Aveva la febbre con picchi fino a 39 – spiega il secondogenito Mattia a Fanpage.it -, perdita di appetito e affanno. Abbiamo chiamato più volte il suo medico curante che però gli ha prescritto solo della tachipirina senza andare a visitarlo a casa".

Non voglio fare giustizia, voglio soltanto ricordare mio padre

Mattia è combattuto tra il dolore e la rabbia: "Non voglio fare giustizia, voglio soltanto ricordare mio padre". La tragedia di Mario e della sua famiglia non è purtroppo una vicenda isolata, in quella tragedia ancora più grande chiamata Coronavirus: tante altre le drammatiche testimonianze su persone morte in casa, o portate in ospedale solo quando ormai la situazione era ormai precipitata. Persone i cui famigliari, proprio come Mattia, probabilmente vivranno nell'eterno dubbio che i loro cari, forse, potevano essere salvati. "Provo dei sensi di colpa anch'io, perché non so se ho fatto tutto quello che serviva per aiutarlo – dice Mattia, che ha aiutato la madre a distanza perché, abitando in un'altra casa con la sua famiglia, non si poteva avvicinare all'abitazione dei genitori -. Mio padre non aveva veri e propri problemi respiratori, ma aveva degli affanni che però io reputavo normali perché mio padre non era magro". La valutazione sullo stato di salute, però, dice il figlio, non doveva essere compito dei famigliari, ma del personale sanitario: "Capisco che le istituzioni stiano facendo di tutto per aiutarci a curare questa malattia, ma qualcuno si dovrà pur assumere delle responsabilità per ciò che è accaduto. Se vedi che uno ti chiama 4-5 volte, almeno passa per fare un controllo".

Il tampone è stato eseguito soltanto post mortem

Nessuno ha invece ritenuto necessario andare a visitare Mario né ricoverarlo in un ospedale. E così le condizioni dell'uomo sono improvvisamente peggiorate fino a quando, alle 3.30 del mattino del 21 marzo, la madre ha dato l'allarme: "Mio padre era diventato viola. Solo allora i soccorritori del 118 sono andati a prenderlo, ma papà ha avuto un infarto durante il tragitto fino all'ospedale, non ha retto". Una volta in ospedale i medici hanno fatto i necessari esami, scoprendo che un polmone di Mario era collassato a causa di una polmonite bilaterale, il sintomo più grave del Covid-19. Il tampone, eseguito post-mortem, ha confermato la positività del 66enne al Coronavirus, il nemico invisibile che così si è portato via un'altra vita, strappandola all'affetto dei propri cari.