Lara Magoni (Facebook)
in foto: Lara Magoni (Facebook)

L'inchiesta sul carcere di Bergamo che ieri ha portato all'arresto di sei persone, tra cui l'ex direttore del penitenziario Antonino Porcino, coinvolge anche un personaggio politico di primo piano della Regione Lombardia. Come ha anticipato il quotidiano "La Repubblica", infatti, anche l'assessora regionale al Turismo, Lara Magoni, è indagata dalla procura di Bergamo. L'ipotesi di reato contestata all'ex sciatrice bergamasca è voto di scambio: durante le perquisizioni nelle case di due degli indagati sarebbe infatti stato trovato del materiale elettorale della Magoni, che lo scorso 4 marzo era stata eletta in Consiglio regionale e al Senato per Fratelli d'Italia, optando poi per il Pirellone. La Magoni, travolta a maggio dalle polemiche per un suo post sul "fascismo buono", conosce da anni Porcino, che era andato in pensione pochi giorni fa.

Cinque stelle all'attacco

Secondo quanto comunicato dai vertici della procura di Bergamo l'iscrizione dell'assessora nel registro degli indagati sarebbe un "atto di garanzia" nei suoi confronti: c'è l'intenzione di chiarire in tempi brevi la vicenda. Nel frattempo però monta già la polemica politica: "Oggi abbiamo appreso dalla stampa che l'assessore regionale al turismo, Lara Magoni, risulta iscritta nel registro degli indagati della procura di Bergamo, in un'inchiesta che ha portato all'arresto dell'ex direttore del carcere della città e di 5 dipendenti – ha scritto il portavoce dei Cinque stelle al Pirellone, Dario Violi – L'ipotesi di reato di voto di scambio e l'iscrizione nel registro degli indagati dell’assessore Magoni è molto grave: chiediamo che chiarisca al più presto. Se il reato fosse accertato Magoni dovrebbe dimettersi da tutti gli incarichi pubblici. Ci auguriamo che spieghi tutto nell’interesse dei lombardi".

Tra le altre persone che erano state arrestate ieri, con le accuse a vario titolo di corruzione, turbata libertà degli incanti, peculato, falso ideologico e truffa ai danni dello Stato, ci sono anche il comandante della polizia penitenziaria di Bergamo e il dirigente sanitario del penitenziario di via Gleno, Francesco Bertè. Quest'ultimo, finito ai domiciliari, tramite il suo avvocato Riccardo Lombardo ha spiegato di voler collaborare con i magistrati per chiarire le accuse mosse nei suoi confronti: secondo la procura avrebbe certificato una sindrome ansioso-depressiva all'ex direttore del carcere, che in questa maniera si era assentato per lungo tempo dal lavoro e aveva beneficiato di una pensione più alta.