Update 14 maggio 2020, ore 11.20: articolo aggiornato con replica di Ats Milano

I test sierologici sono uno degli strumenti a disposizione per tracciare un quadro epidemiologico più completo della diffusione del coronavirus. Non sono uno strumento diagnostico: non sostituiscono, per intenderci, i tamponi, che restano l'unico esame in grado di rilevare se una persona è in un dato momento positiva o negativa al virus. Ma, specie nella fase 2 dell'epidemia, in cui i casi sono meno e si inizia a riaprire molte attività, possono aiutare a capire come si sia diffuso il virus e soprattutto a prevenire la comparsa di nuovi focolai. È per questo che, non appena alcuni test di sieroprevalenza hanno iniziato a fare la loro comparsa e raggiunto un determinato grado di attendibilità, c'è chi vi ha iniziato a fare ricorso: i sindaci di alcuni comuni per tutelare la loro comunità, i proprietari di alcune aziende per dare più tranquillità ai propri dipendenti.

Anche il Comune di Milano ha avviato una sperimentazione su base volontaria sugli autisti dei mezzi pubblici Atm, in collaborazione col professor Galli dell'Università Statale di Milano. E anche la Regione Lombardia ha avviato, dallo scorso 23 aprile, una campagna di test che avrebbe dovuto contemplare 20mila test al giorno, ma si è fermata a qualche migliaio ogni 24 ore. Uno dei limiti della strategia della Regione, che adesso però a pronta a cambiare strada anche a seguito di un ricorso pendente al Tar a riguardo, è quello di essersi voluta affidare solo a dei test messi a punto dalla multinazionale DiaSorin in collaborazione con l'Università di Pavia.

L'imprenditore partito per primo con i test: "Toni non minacciosi, ma mafiosi"

Questa scelta, come detto adesso "abiurata", ha portato negli scorsi giorni a crescenti tensioni tra la Regione e le sue istituzioni sanitarie (come le Agenzie per la tutela della salute) e chi ha comunque deciso di procedere in autonomia con i test sierologici. Tra questi vi è l'imprenditore Paolo Ferraresi, che ha raccontato a Fanpage.it quando vissuto sulla propria pelle. "Non me la sono sentita di lasciare nel dubbio i miei dipendenti – ha spiegato l'imprenditore, il primo a partire con i test in autonomia -. L'obiettivo è sempre quello di dare tranquillità alla gente che lavora insieme. Meglio avere una fotografia di un cluster, di una situazione dove tu sai che c'è o non c'è un inizio di virulenza, piuttosto che vivere aspettando qualcosa che cada dal cielo. La gente vuole sapere". Il costo dei test sierologici è stato "di qualche migliaia di euro – spiega Ferraresi – ma la mia è un'azienda che ad aprile ha perso 1 milione di fatturato su due. Non ho voluto fare un regalo – ha chiarito l'imprenditore – ho pensato in coscienza che fosse una cosa giusta da fare nei confronti dei dipendenti". Dopo l'avvio dei test, il 22 aprile l'imprenditore riceve una telefonata da Ats Milano, che a detta di Ferraresi cerca di fermare il test: "Il tono non era minaccioso, era mafioso – dice Ferraresi a Fanpage.it -. il che è anche peggio".  Mi sto domandando in che paese sono finito – si sfoga l'imprenditore – Credevo come tutti quanti che la Regione Lombardia fosse il top, il non plus ultra. E invece è crollato tutto: e non è colpa dei medici, ma di chi li governa, dal primo all'ultimo se ne sono fregati".

Per fare i suoi test Ferraresi si è rivolto al dottor Paolo Collivadino, un libero professionista che da un mese a questa parte si è messo a disposizione delle aziende per effettuare test sierologici ai dipendenti che hanno continuato a lavorare durante il cosiddetto lockdown o che dal 4 maggio sono rientrati al lavoro: "La nostra attività non è finalizzata a trovare il coronavirus, ma a trovare le persone che hanno sviluppato gli anticorpi – ha spiegato il medico -. Dopo 100 test fatti le risposte sono congrue: tutte le persone con tampone positivo sono risultate positive al test sierologico. Probabilmente uno o due su cento ci scapperanno", dice Collivadino, che però ricorda che anche i tamponi hanno i "falsi negativi".

Il medico che effettua i test: Telefonate poco piacevoli da Ats

Anche aziende importanti come Moncler si sono rivolte al dottor Collivadino: "Un imprenditore che ritiene i propri dipendenti la sua famiglia e fa una cosa del genere è solo da dargli un encomio". Eppure, anche il dottore spiega che "gli amici imprenditori" che si sono rivolti a lui "hanno ricevuto telefonate poco piacevoli da Ats Milano", nelle quali veniva fatto loro capire "che non era esclusa la possibilità di avere piccole ritorsioni del tipo: ti mando in casa i Nas un giorno sì e un giorno anche". Regione Lombardia non ha potuto bloccare i test svolti in autonomia, e "quando non puoi bloccare con mezzi giuridici cominci un po' con deterrenti psicologici". Sul motivo dell'ostilità della Regione, il dottore spiega: "In Regione si è sempre remato contro questi test sierologici, perché si puntava molto sul famoso test sierologico del San Matteo di Pavia, che forse da un punto di vista politico, istituzionale era anche bello pensare che un test italiano fosse migliore dei test cinesi o di altre nazioni, però abbiamo perso tempo, Regione Lombardia ha bloccato la possibilità di testare molte persone. Anche ammesso di fare 20mila test al giorno – conclude il medico – per testare tutti i cittadini lombardi (10 milioni) servirebbero 500 giorni".

(Ha collaborato Sacha Biazzo)

La replica di Ats Milano

Gentile Direttore,

Nel vostro articolo/filmato "Imprenditore: "Toni mafiosi da ATS Milano per impedirmi di fare test sierologici ai miei dipendenti" si lascia intendere che ATS avrebbe, in solido con la Regione Lombardia, attuato un disegno criminoso consistente in telefonate dai toni mafiosi volte a scoraggiare l'esecuzione dei test immunologici rapidi da parte degli imprenditori clienti del dr Collivadino al fine di favorire l'utilizzo del test sierologico sviluppato al San Matteo di Pavia.

ATS, dopo una verifica interna, esclude nel modo più categorico che propri dipendenti abbiano usato toni mafiosi o anche solo minacciosi con qualsiasi persona dell'azienda. Si conferma invece di aver contattato il medico competente esprimendo le perplessità, che di seguito vengono approfondite, circa l'utilità e validità di test sierologici rapidi ai fini della ripresa dell'attività lavorativa.

Veniamo quindi al punto: nell'articolo/filmato si parla in modo generico di test sierologici senza precisare che ci sono vari tipi di test. I test utilizzati dal dr. Collivadino non sono i test per la titolazione del titolo anticorpale ma test rapidi sulla cui inaffidabilità si sono espresse tutte le istituzioni sanitarie nazionali e internazionali. Tali test producono solo risultati qualitativi (presenza/assenza di anticorpi), non sono sottoposti a validazione di qualità da parte di enti regolatori e il loro utilizzo per finalità diagnostiche è attualmente sconsigliato dall'OMS che ha sottolineato che le false positività e false negatività prodotte da questi test comportano "gravi conseguenze che possono influenzare le misure di prevenzione e controllo dell'infezione".

Le attuali conoscenze sulla risposta immunitaria al virus Covid19 sono, purtroppo, ancora molto lacunose.

In particolare gli strumenti diagnostici messi a punto in questo campo finora, pur consentendo la titolazione degli anticorpi prodotti in risposta all'infezione virale, non consentono di stabilire né lo stato di contagiosità dei soggetti che presentano gli anticorpi né il grado di protezione acquisito da questi soggetti nei confronti del virus. Ne consegue che l'utilizzo di questi test risulta, al momento, limitato a finalità di ricerca o di studio epidemiologico (ad esempio lo studio nazionale che fotograferà il diverso grado di diffusione dell'infezione nella popolazione italiana).

La proposta di sottoporre a test sierologico (con test di titolazione anticorpale) l'intera popolazione lavorativa di un'azienda fornisce informazioni certe solo sulla presenza di soggetti a rischio di contrarre l'infezione (i negativi al test), mentre non garantisce che le persone positive al test abbiamo sviluppato condizioni di protezione che consentono loro di lavorare in sicurezza e di non osservare le norme generali del distanziamento sociale e dell'uso dei dispositivi di protezione. Al contrario i soggetti positivi al test, potrebbero essere contagiosi e dovrebbero quindi essere posti in isolamento. Se poi lo screening viene realizzato esclusivamente con metodi diagnostici non validati (i test rapidi) che producono sia falsi negativi e che falsi positivi, i risultati non sono prevedibili e le conseguenze sicuramente negative.

In altre parole:

  • non esistono, al momento, test in grado di assegnare "patenti di immunità" ai lavoratori.
  • non esistono, al momento, test in grado di escludere in modo assoluto e permanente che soggetti contagiosi entrino negli ambienti di lavoro
  • le aziende e i lavoratori per operare in sicurezza devono rispettare i protocolli di lavoro sicuro
  • i risultati dei test sierologici (specialmente quelli rapidi) non cambiano questa realtà e possono invece ingenerare, se mal interpretati, false sicurezze e condurre a pericolose discriminazioni.

L'articolo/filmato, al contrario, contiene affermazioni che contrastano palesemente con le attuali conoscenze scientifiche e che sono probabilmente finalizzate a promuovere l'offerta commerciale che questi professionisti rivolgono alle aziende, vantando una presunta superiorità dei test sierologici rispetto alla ricerca dell'RNA nel tampone rinofaringeo.

Mentre si comprendono le ragioni che spingono molti imprenditori, in questi momenti, a offrire ai propri collaboratori attenzione e rassicurazione, occorre invece stigmatizzare chi approfitta di queste sensibilità per promuovere iniziative prive di validità scientifica e certamente non scevre da utilità commerciali.

Queste iniziative sono tanto meno accettabili se provengono da professionisti che, senza possedere una specifica qualificazione o specializzazione in materia, promuovono test diagnostici sconsigliati dalla comunità scientifica attraverso affermazioni prive di fondamento (i valori percentuali di falsa negatività dei tamponi) e gravi insinuazioni.

Quanto accaduto e incautamente comunicato attraverso le vostre pagine offre l'occasione per una riflessione più generale.

Assistiamo, ogni giorno, a comprensibili e accorate richieste affinché chi ha responsabilità di governare il sistema sanitario fornisca indicazioni chiare ed efficaci. Ogni giorno registriamo denunce per ritardi, disguidi e incoerenze che si traducono in una generalizzata richiesta di "certezze" da parte delle autorità sanitarie. Spesso i mezzi di informazione amplificano questa richiesta coltivando così l'illusione che davvero esistano piani segreti inascoltati, verità scientifiche ignorate, oscuri disegni coperti dall'ottusità dei burocrati.

Occorre, semplicemente, prendere atto che nessuno, in questo momento, è davvero in grado di dare tutte le indicazioni certe ed efficaci che sarebbero necessarie. La realtà è banale nella sua crudezza: stiamo fronteggiando un evento straordinario le cui dinamiche sono ancora incerte e imprevedibili.

Stiamo, anche, attraversando un momento particolarmente difficile che richiederebbe solidarietà, lucidità e prudenza. Invece sembra di vivere in uno stadio (mediatico) in cui tutti si lamentano di tutto, dove è già iniziata la caccia al colpevole e dove prosperano i cattivi maestri.

Di questo clima invelenito si avvantaggiano anche i venditori abusivi di certezze inesistenti di cui diventano facile vittima imprenditori solitamente accorti e lungimiranti.

Il direttore sanitario Ats Milano Vittorio De Micheli

Il direttore generale Ats Milano Walter Bergamaschi