Il dottor Damiano Rizzi, presidente della Fondazione Soleterre
in foto: Il dottor Damiano Rizzi, presidente della Fondazione Soleterre

Come può essere, a livello psicologico, affrontare in prima linea il Coronavirus? Cosa hanno pensato e pensano i medici e gli infermieri impegnati contro il virus che ha mietuto migliaia di vittime? Damiano Rizzi, psicologo e presidente di Fondazione Soleterre, ha condiviso con Fanpage.it il frutto del primo mese e mezzo di lavoro della onlus all'interno del Policlinico San Matteo di Pavia, una delle strutture lombarde maggiormente stravolte dal Covid-19, dove è stato anche curato Mattia, il paziente 1 di Codogno. Soleterre è impegnata a fornire cure e assistenza medica in diversi Paesi del mondo, e nella sua mission si impegna anche per la salvaguardia e la promozione del benessere psico-fisico per tutte e tutti. Proprio in quest'ottica la onlus ha stretto un accordo col Policlinico, mettendo da inizio marzo a disposizione un team di 10 psicologi, con a capo lo stesso Rizzi, che lavorano in prima linea per assistere pazienti, familiari e operatori impegnati ogni giorno nell’emergenza covid-19.

Dotto Rizzi, innanzitutto com'è la situazione adesso al San Matteo?

Rispetto anche solo a una settimana fa c'è meno pressione sul pronto soccorso. Da 60 pazienti al giorno si è passati a 15 pazienti al giorno in arrivo e ci sono un'ottantina di pazienti ricoverati in terapia intensiva con Coronavirus. Quindi diciamo che oggi i medici hanno il giusto tempo da dedicare ai pazienti.

Avere più tempo a disposizione adesso è positivo?

A livello psicologico si inizia a pensare di più, quindi emergono di più le situazioni potenzialmente traumatiche. Chi è stato nella prima linea finché aveva tante cose da fare non aveva il tempo per pensare, adesso che comincia ad esserci un po' più di tempo ci si comincia a chiedere: "Ma è successo davvero, tutto questo?".

Quali problemi rilevate? 

Sono i disturbi post-traumatici, che soprattutto per chi sta in prima linea a lavorare hanno molto a che vedere con una sorta di sindrome del sopravvissuto. Cioè sei talmente esposto a minaccia di morte o morte che la sensazione è quella di chiedersi perché tu stai sopravvivendo, specie in un caso come questo dove la contaminazione e la paura di ammalarsi è una delle più grandi. E purtroppo non è solo una paura e molti si sono ammalati. Per cui c'è questa sindrome del sopravvissuto, con l'idea di non aver fatto abbastanza e anche di non meritarsi di sopravvivere. È una questione inconscia, che poi in termini di letteratura è il trauma vicario, una sorta di trauma secondario.

La sindrome del sopravvissuto, come quella riscontrata in alcuni superstiti dei campi di concentramento nazisti? 

Sì, con una differenza sostanziale: in quelle esperienze non parliamo chiaramente di realtà lavorative. Noi stiamo riconducendo medici e infermieri alla dimensione del lavoro. Il trauma vicario e il burnout sono legati tra loro, e per evitare queste dinamiche occorre lavorare molto sull'organizzazione. Il fatto che il San Matteo di Pavia abbia allertato Soleterre per questo team di 10 psicologi per fare solo questo è molto importante, perché permette di porre attenzione sulla dimensione del lavoro. Quindi ad esempio benissimo l'eroismo, la prima linea e il far sentire l'amore e l'attenzione da parte dei cittadini a medici e infermieri, però bisogna ricordare che il loro è un lavoro: c'è un orario, un'entrata e un'uscita. Ovviamente è saltato tutto perché le 8 ore non le ha fatte nessuno, ne hanno fatte 12 quando andava bene. Le persone facevano fatica e fanno fatica a fare la pausa perché c'è bisogno e devono intervenire. Noi abbiamo molto incentivato la componente del riposo, sottolineando il fatto che riposare non è fare meno bene il proprio mestiere, ma un modo per dare importanza alla fatica. Il riposo è quello che riesce a dare importanza alla fatica. Sempre e solo fatica non va bene.

Dipingere i medici e gli infermieri come eroi, un'immagine che forse è stata anche un po' abusata, ha avuto un impatto su di loro?

Ha avuto un impatto, ma positivo. Medici e infermieri hanno sentito questo "abbraccio". Ancora di più gli infermieri, che sono più forse più esposti dei medici perché il paziente necessita di continue manovre che sono più di carattere infermieristico che medico. Gli infermieri ci hanno detto: "A noi non ci ha mai considerato nessuno", e invece mai come in questa vicenda la categoria è stata celebrata. Questo amore e questa attenzione della popolazione hanno fatto molto bene: davanti all'ospedale ci sono ancora cartelli dedicati a loro. E poi c'è stata la vicinanza di ristoranti, pizzerie, che hanno portato pizze, brioche.. A questo proposito pensi che abbiamo iniziato la nostra attività come psicologi proprio mangiando brioche con il personale: era l'unica maniera per avvicinarli, all'inizio. Vicino a un caffè, magari: quello era il momento in cui riuscivano a sfogarsi.

Come avete strutturato il vostro intervento? 

Non è stato facilissimo fare qualcosa di utile. A fronte di una malattia nuova, la difficoltà è stata capire come intervenire: l'unico modo che ci sembrava intelligente era di andare reparto per reparto a vedere cosa stava succedendo. Tra l'altro molti reparti sono stati creati ex novo, o spostati. La prima fase è stata stare insieme in prima linea con primari e diversi personaggi chiave dell'ospedale e capire quali erano le dinamiche in atto: questo ci ha permesso di capire che non c'erano dei modelli pre-esistenti e ne abbiamo creato uno nuovo, fatto insieme ai medici, che non dà già per scontato che ci sia un trauma, ma rileva potenziali sintomi traumatici e va molto a guardare quella che sarà la fase di ripresa della vita di ogni singolo individuo. Abbiamo una convenzione di sei mesi, l'idea è quella di iniziare un percorso terapeutico con le persone che hanno più bisogno.

Li condurrete nella fase di transizione a quella che sarà la nuova normalità. Nel futuro di chi è stato ed è impegnato in prima linea c'è anche la paura che il virus, nelle sue forme più intense, ritorni?

Più che una paura è un incubo, l'abbiamo percepita costantemente. Partecipo quotidianamente a incontri con tutti i primari e medici ed è una cosa da scongiurare. Gli stessi medici stanno lavorando in una maniera unica: sono collegati con tutti i centri del mondo, trovandosi ogni giorno per verificare cosa sta funzionando e cosa no e tarare costantemente la cura rispetto ai risultati dell'andamento dei pazienti. Un lavoro enorme di creazione di modelli terapeutici, all'interno del quale capita più volte che si dica "speriamo che non ci sia un ritorno". Anche se credo che oggi abbiamo meno possibilità di ammalarci rispetto a prima, perché oggi conosciamo più cose e sappiamo come proteggerci da questa malattia: distanziamento sociale, lavarsi le mani, non avere contatti con persone malate. Se pensiamo a com'era il nostro mondo prima delle restrizioni lì c'era un rischio elevatissimo di ammalarci.

Ecco dottore, a proposito del mondo prima e post Coronavirus. Sappiamo come proteggerci, ma dovremo quindi cambiare la nostra socialità: non saluteremo più come una volta, non daremo la mano, non ci scambieremo baci. Come potremo gestire questo cambiamento?

Immagino due fasi: una prima fase dove viene quasi istintivamente la voglia di abbracciare, stringere la mano, eccetera. In quella fase lì quello che accade è che ti dici "è come se l'avessimo fatto", perché sai che lo fai per proteggerti dal virus. A livello neurale si crea un'abituazione, cioè dopo svariate volte non ti viene più l'istinto di farlo e a distanza di tempo avrai avuto un cambio comportamentale. Altrettanto vero è che tra qualche tempo, quando non avremo più queste attenzioni da dover tenere, si ricomincerà a comportarsi come prima. Il processo di abituazione rispetto alla gravità della malattia è il meno che possa succedere: chi è stato in un ospedale e ha visto come è terribile, inaspettata e poco curabile questa malattia non avrà certo problemi a non abbracciare un'altra persona per salutarla.