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8 Aprile 2019
19:18

Femministe contro la “donna-poltrona” di Gaetano Pesce al Duomo: e c’è chi imbratta l’installazione

Il collettivo femminista “Non una di meno” di Milano si è scagliato contro l’opera di Gaetano Pesce comparsa davanti al Duomo di Milano per la Design week. Una “donna-poltrona”, spiega il collettivo, che è l’ennesimo utilizzo del corpo della donna come oggetto ma è soprattutto un’opera che non riesce a centrare l’obiettivo voluto dall’autore: denunciare la violenza contro le donne: “Manca sempre l’attore: cioè l’aggressore, che è il soggetto maschile, scompare dalla narrazione”. Secondo il collettivo il Comune sarebbe pronto a rimuovere l’installazione. Intanto un’artista ha imbrattato l’installazione per protesta.
A cura di Francesco Loiacono
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Gaetano Pesce davanti alla sua installazione al Duomo di Milano (LaPresse)
Gaetano Pesce davanti alla sua installazione al Duomo di Milano (LaPresse)

Un'installazione contro la violenza sulle donne che ha però fatto infuriare proprio le donne. Il collettivo "Non una di meno" si è scagliato contro la "Maestà sofferente" di Gaetano Pesce, contestata e monumentale opera apparsa davanti al Duomo di Milano in occasione della Design week (una delle settimane più importanti dell'anno a Milano, col Salone del mobile e il Fuorisalone). La mega installazione, alta otto metri, raffigura il corpo stilizzato di una donna trafitto da centinaia di frecce e incatenato a una grossa palla di ferro. L'architetto e designer ha ripreso una sua storica creazione (la poltrona Up5&6 del 1969) per lanciare un messaggio contro la violenza sulle donne. Messaggio che però non è stato affatto capito da alcuni e la cui efficacia è stata contestata da altri, in particolare proprio dalle donne.

Il corpo della donna usato come oggetto

"Il primo problema è la donna-poltrona da cui l'attuale installazione trae origine – spiega a Fanpage.it Silvia del collettivo milanese "Non una di meno" -, l'utilizzo del corpo della donna come oggetto, tra l'altro la forma femminile del corpo materno come luogo accogliente sul quale accomodarsi. A questo si aggiunge il tentativo di presentare la violenza in maniera molto autoreferenziale". Le femministe, che sabato in occasione dell'inaugurazione ufficiale dell'opera hanno organizzato un flash-mob di protesta mettendo in scena una "contro inaugurazione", contestano all'architetto e designer di non essersi sforzato nel cercare di veicolare un messaggio importante come quello della lotta alla violenza di genere.

Manca l'aggressore, il soggetto maschile

L'opera secondo le femministe non è riuscita a veicolare il messaggio: "Per noi è proprio fuori focus: è un oggetto inerte, non capisco chi si possa identificare in quell'opera, di certo non una donna", aggiunge Silvia. Un dettaglio non è inoltre sfuggito al collettivo: la mancanza nell'opera del volto e delle mani della donna, che sono sia i punti più colpiti dagli uomini che commettono violenza, sia ciò che rende umano un soggetto. "Si passa dalla poltrona al puntaspilli senza passare dal soggetto". L'opera (e il suo realizzatore) sembra dunque ignorare la violenza e anche il contesto in cui avviene: delle relazioni nelle quali c'è di mezzo il potere. "Come al solito, poi, come in quasi tutte le rappresentazioni della violenza sulle donne manca sempre l'attore: cioè l'aggressore, che è il soggetto maschile, scompare dalla narrazione". Pesce in realtà ha spiegato che le teste di bestie che si trovano vicino alla sua installazione rappresenterebbero proprio gli uomini, autori delle violenze: "Ma di nuovo non ci siamo – spiega Silvia – perché l'uomo non commette violenza perché è una bestia. Se continuiamo a ricondurre sessualità e intimità a bestialità e animalità, di nuovo non c'è al centro il soggetto umano con tutto il potere di scelta che ha". Per il collettivo infatti "al di là dei raptus che continuano a riportare i giornalisti, i femminicidi sono omicidi iper calcolati: agire violenza è una scelta".

Il Comune starebbe pensando di rimuovere l'installazione

L'opera di Gaetano Pesce secondo il collettivo "Non una di meno" richiama più il martirio che la violenza sulle donne (e in effetti l'autore ha voluto richiamare anche la figura di San Sebastiano). Le critiche del collettivo investono anche il Comune, reo forse di non aver riflettuto abbastanza sull'opera e il suo messaggio prima di concedere il patrocinio: "Si dice un po' basta che se ne parli, e invece il come se ne parla è fondamentale. Se l'opera d'arte deve suscitare un dibattito di senso e che porta a un'interrogazione dei soggetti ben venga. Se serve solo per la visibilità dell'artista per me non è un oggetto d'arte". Dal collettivo trapela poi un'indiscrezione al momento però non verificata: "So che si stanno mobilitando per farla rimuovere a livello istituzionale". Finora la presidente della Commissione Pari opportunità del Comune di Milano, Diana De Marchi, non è intervenuta sulla questione, nonostante sulla sua pagina Facebook si sia scatenata un'infuocata discussione proprio contro quella che viene definita una "schifosa bambola gonfiabile". C'è però chi dalle parole è passata ai fatti: è l'artista Cristina Donati Meyer, che oggi ha spruzzato della tempera color rosso sull'opera di Gaetano Pesce per protestare contro la donna intesa come oggetto.

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