Avete notato che negli ultimi mesi ci sono stati diversi blackout importanti delle linee telefoniche? I social hanno ormai inventato l’hashtag #down da aggiungere al nome della compagnia colpita, ogni volta la questione è liquidata con la dicitura “problemi tecnici”. Dietro queste due parole, in molti casi, c’era la banda di ladri di batterie dei ripetitori che questa mattina è stata raggiunta da un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal tribunale di Milano per 15 episodi durante i quali sono stati sottratti 1.100 accumulatori.

I ladri trasfertisti

Gli investigatori della polizia stradale per la Lombardia hanno eseguito l’ordinanza in collaborazione con i colleghi di Napoli (7 in carcere, 3 ai domiciliari e 3 con obbligo di firma), per tutti l’accusa è di associazione a delinquere finalizzata al furto, ricettazione e attentato alla sicurezza delle comunicazioni.
Il gruppo era composto da pregiudicati originari della Campania, e nell’area di Scampia gestiva la vendita delle batterie con un intermediario del Burkina Faso, dove finivano per alimentare abitazioni. Il broker organizzava i carichi e li spediva in Africa con navi container che salpavano dal porto di Genova dirette in Togo, per poi continuare il viaggio via terra.
L'indagine è iniziata nel marzo 2018 a seguito di una lunga serie di furti subiti da Tim, Vodafone e Tre in impianti con ripetitori. Le batterie, installate in multipli di 8 a seconda della potenza dell’antenna, servivano per attivare i dispositivi in caso di blackout. L’assenza delle ricariche ha provocato vuoti di copertura in aree molto estese, il danno generato si aggira sugli 8 milioni di euro all’anno.

Business della banda

Il guadagno della banda era molto più basso. Aveva due canali di vendita: le batterie più vecchie venivano riciclate illegalmente per recuperare il piombo, pagato 35-40 centesimi al chilo (una batteria pesa mediamente un chilo); quelle di nuova produzione finivano in Africa con un prezzo tra i 50 e gli 80 euro.
Nel primo caso i ladri si sbarazzavano della merce servendosi anche di aziende compiacenti del nord Italia che disperdevano gli accumulatori in carichi di centinaia di pezzi di batterie per auto. Per questo tre ditte sono state denunciate per ricettazione.

I finti tecnici incastrati dal gps

Gli investigatori non hanno individuato un vero capo ma hanno comunque delineato alcuni ruoli. C’era l’uomo che si occupava solo della logistica e degli spostamenti e il gruppo più operativo di finti tecnici. Per colpire, infatti, i ladri si travestivano da dipendenti delle società e agivano in pieno giorno, preferendo piccoli centri per evitare occhi indiscreti. L’operazione di rimozione degli accumulatori durava pochi minuti ma il danno agli utenti presenti nell’area di copertura poteva andare avanti anche tutto il giorno.
La scelta degli obiettivi ha reso molto complessa l’individuazione dei ladri, ben consapevoli che nella maggior parte dei casi i furti sarebbero finiti in un fascicolo a carico di ignoti sul tavolo di un magistrato che alla fine avrebbe archiviato. L’intuizione vincente è stata installare gps all’interno delle batterie in modo da monitorare gli eventuali furti in diretta. L’attesa è stata ripagata nel dicembre 2018, quando 4 membri della banda sono stati sorpresi in flagranza a Udine. In un’altra occasione il rilevatore ha condotto gli investigatori a un capannone di Erbusco (Brescia), usato come base di stoccaggio del materiale in attesa di piazzarlo ai ricettatori.
I 13 raggiunti dall’ordinanza vivono tutti in Campania ma nei giorni precedenti ai colpi si trasferivano in un’abitazione nell’alta Val Trompia, un posto dal profilo basso che gli consentiva di non dare nell’occhio. Da lì si spostavano in tutto il nord per raggiungere i ripetitori. Attraverso il numero di targa di un furgone affittato per raggiungere il covo, gli agenti della Stradale sono risaliti a uno dei componenti, ricostruendo tutta la filiera e la triangolazione con l'Africa.