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Cinismo ed egoismo: il Natale secondo Salvini

Come si concilia il rispetto dei precetti cristiani con il no all’accoglienza e alla solidarietà? E allora buon Natale, Salvini. Sia un po’ più buono, se ci riesce. O almeno meno ipocrita.
A cura di Roberta Covelli
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Matteo Salvini,

conosco la Lega Nord da sempre, nata come sono nel 1992, in provincia di Milano. Dei secessionisti, poi federalisti, ora anti-euro e anti-invasione, non voglio dimenticare niente. Ricordo i compromessi governativi, l'ignoranza ostentata, il disprezzo verso i meridionali e il razzismo verso gli stranieri. Ricordo Credieuronord e gli illusi risparmiatori leghisti che ci credettero, ricordo i diamanti di Belsito come il rogo di Borghezio, i deliri di Gentilini come i cori contro i napoletani. Ricordo le lauree in Albania e le condanne per Tangentopoli, l'assenteismo al Parlamento Europeo come l'aver ritirato la costituzione di parte civile dal processo per la truffa dei rimborsi elettorali.

Non dimentico perché è necessario, nell'epoca dell'apparenza, quando basta farsi crescere la barba e cavarsela discretamente nella propaganda sui social per essere considerato il nuovo salvatore della nazione anche se fino all'altro ieri l'unica patria che si riconosceva aveva come confine (forse) il Po.

Leggo sulla Sua bacheca: “Roba da matti, essere costretti a manifestare per salvare Gesù Bambino…” L'occasione è la manifestazione in difesa del presepe a scuola. E la memoria torna subito a quel gruppo di leghisti che, qualche anno fa, si accamparono fuori dalla chiesa del mio paese, a raccogliere firme in difesa del crocifisso nelle aule.

Mi avvicinai, insieme a mio fratello e ai miei genitori. Forse, ai leghisti del piccolo paese, sembrò strano vederci avanzare verso di loro. Nella mia famiglia scorre sangue pugliese: siamo terroni, Salvini. E, sia chiaro, non è un termine che ci offende: un insulto che ricorda la dignità di chi, dalla terra, con fatica, sa far nascere frutto non può che onorare se contrapposto a chi usciva con la valigetta ogni giorno, fingendosi medico.

Tornando a quella domenica mattina, a chi ci invitava a firmare chiesi conto di quella battaglia: come si concilia -domandai- la difesa del simbolo con il rifiuto degli insegnamenti di quel crocifisso?

Oggi lo chiedo a Lei, Salvini. “Ero forestiero e mi avete ospitato” è frase di quel Cristo che sostiene di aver salvato con un presepe. Come si concilia questa massima con gli slogan di Stop all'invasione?

Quel Gesù Bambino di cui vanta la salvezza, secondo le Scritture, fu profugo, in Egitto, per sfuggire a Erode: che differenza vede con i siriani che scappano dalla loro terra? Non nota somiglianza con i rifugiati dei centri di accoglienza che pretende di chiudere? Le Sue idee possono essere facilmente confutate con argomenti laici, razionali, etsi deus non daretur come direbbe Ugo Grozio: non c'è bisogno del Vangelo né dell'esistenza di un dio per evidenziare il Suo razzismo e la Sua pochezza intellettuale. Ma, visto lo zelo profuso in difesa di Gesù Bambino, mi limito a far notare il paradosso di aderire al cristianesimo, da un lato, e rifiutare strenuamente il cosiddetto buonismo, dall'altro.

E allora buon Natale, Salvini. Sia un po' più buono, se ci riesce. O almeno meno ipocrita.

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Nata nel 1992 in provincia di Milano. Si è laureata in giurisprudenza con una tesi su Danilo Dolci e il diritto al lavoro, grazie alla quale ha vinto il premio Angiolino Acquisti Cultura della Pace e il premio Matteotti. Ora è assegnista di ricerca in diritto del lavoro. È autrice dei libri Potere forte. Attualità della nonviolenza (effequ, 2019) e Argomentare è diabolico. Retorica e fallacie nella comunicazione (effequ, 2022).
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