Qani Kelolli
in foto: Qani Kelolli

Qani Kelolli è l’uomo dalle quattro vite. Prima giovane albanese che arriva in Italia per studiare arte, poi trafficante di droga, di seguito scrittore di un romanzo con un narcos come protagonista, e infine latitante che invece di mantenere un profilo basso si iscrive all’Accademia di Brera, a 400 metri dalla questura. E lì, all’uscita dell’istituto dove aveva appena sostenuto un esame di pittura (prendendo 24), gli investigatori della Squadra mobile lo hanno catturato eseguendo un ordine di carcerazione che è riuscito a evitare per oltre un anno.

Dall'Accademia al carcere

Andiamo con ordine. Kelolli nasce nel 1973 a Berat, una città al centro dell’Albania dichiarata patrimonio dell’Unesco in quanto “raro esempio di città ottomana ben conservata”. È cresciuto circondato dalla meraviglia dei mosaici delle antiche moschee, ama l’arte, legge molto e sui libri impara l’italiano, lingua che gli sarà utile nelle trattative per il traffico di droga una volta attraversato il mare. Quando arriva a Milano si iscrive subito all’Accademia di Brera, dove qualcuno lo chiama addirittura “maestro” per le sue capacità.

La sua prima apparizione nelle cronache giudiziarie è del 2007, trascorre un breve periodo dentro e torna in libertà. Ma dura poco, nel 2009 lo catturano di nuovo e in entrambi i casi l’accusa è traffico di droga.  Intanto migliorano la sua qualità pittorica e i contatti nel mondo criminale, il suo livello cresce e nel 2016 finisce al centro di un’indagine della Squadra mobile su un’organizzazione che rifornisce la piazza lombarda.

L'amico ergastolano

Lo spediscono nel carcere di Bollate, dove può assecondare la sua passione per la pittura e per la scrittura, diventando una delle firme del giornale del carcere “Carte Bollate”. Scrive saggi, articoli, poesie: Guardo/ in / alto / nella /nullità / immensa.
Nel numero di settembre-ottobre 2016 si legge che i suoi quadri sono stati spediti in Cina per partecipare alla Tredicesima edizione dell’Asian, African and Mediterranean International Modern Art Exhibition. A scriverlo è Nazareno Caporali, ex broker finanziario di 57 anni e oggi veterano di Bollate, in carcere dal 25 luglio 2007 e condannato all’ergastolo il 7 gennaio 2009 per omicidio volontario premeditato.

Caporali e Kelolli si conoscono da colpevoli nella terra di mezzo del carcere. 

“Entrambi siamo stati condannati a una lunga detenzione – ha raccontato Caporali in un’intervista – Quando sono stato arrestato, la mia vita è stata stravolta: avevo perso tutto, perfino i miei figli, che non potevo rivedere né contattare. L'alternativa era lasciarmi andare o cercare di reagire impegnandomi in un serio percorso su me stesso e di critica profonda. Così ho iniziato a leggere migliaia di libri e sono riuscito a prendere la seconda laurea in Psicologia. Fu nella biblioteca del carcere dove studiavo che ho conosciuto Qani, anche lui allora studiava ragioneria e successivamente laureando alla Accademia delle Belle Arti di Brera. Qani, affidato ai servizi sociali – dopo aver passato anni dentro, accusato per traffico di stupefacenti – mentre io ho ancora una pena lunga da scontare. Condividendo le nostre esperienze abbiamo scoperto di avere le stesse passioni e una profonda voglia di riacquistare la dignità come uomini e, soprattutto, che dovevamo provare a sperimentare su noi stessi la scrittura, come forma di autoterapia”.

Il romanzo sul narcos albanese

Nasce così il romanzo a quattro mani “Nato per arrivare lontano – La vera storia, che è ormai leggenda, di colui che diventò un artista del narcotraffico mondiale”, la storia più o meno vera di Lushi Kaja, un ragazzo albanese che diventa un grande narcotrafficante. Qani dice che molti degli episodi contenuti li ha vissuti in prima persona.
Il libro diventa un piccolo caso letterario, i due autori rilasciano interviste e Qani, anche grazie a permessi concessi nel 2017, partecipa a presentazioni pubbliche. Sui suoi social ci sono ancora foto che lo ritraggono mentre firma le copie.

È un detenuto modello, dà segnali concreti di cambiamento, così gli viene concesso l’affidamento ai servizi sociali. Il 9 dicembre 2018 lo arrestano di nuovo per una piccola quantità di droga, patteggia e stavolta gli concedono i domiciliari, da cui evade poco dopo perché prevede un imminente espulsione dall’Italia. “Qani ha sempre amato l’arte, è un uomo molto brillante –  ha spiegato oggi il suo avvocato Simone Gatto – Ha fatto di tutto per reinserirsi ma la nostra società non gli ha dato molte possibilità di farlo. Non è facile se non hai un permesso soggiorno. Sapeva che, a fine pena sarebbe stata espulso, e questa certezza lo ha portato alla fuga”.

La latitanza finita con l'esame di pittura

Il primo gennaio 2019 diventa esecutivo l’ordine di carcerazione per i fatti del 2016 ma di Qani non c’è traccia da un po’. Deve scontare 2 anni, 6 mesi e 4 giorni. In virtù della pena residuale, il suo nome finisce in fondo all’elenco delle priorità dei "catturandi" ma c’è un agente dell'antidroga che non si arrende. Non molla l’osso, scopre che si trova ancora in Italia e, probabilmente, è tornato a Brera per terminare gli studi.
La svolta arriva il 5 febbraio, quando gli investigatori della Mobile diretti da Marco Calì fermano un uomo che somiglia moltissimo a Kelolli. Quando l’hanno bloccato ha appena sostenuto un esame in anatomia artistica (l'ultimo prima della tesi) e sta mangiando un panino con un docente. Al suo avvocato ha spiegato che era il terzo esame dato durante la latitanza e sempre col suo vero nome. Ma agli agenti che gli hanno chiesto i documenti fornisce una carta d’identità con le generalità di un cittadino greco: la faccia era sua, il resto no. Un buon falso, col quale sembra sia riuscito a entrare e uscire più volte dal Paese.
Kelolli capisce di non avere più scampo e scappa nel cortile dell’Accademia. Un ultimo, disperato, tentativo. Lo fermano subito ma durante la colluttazione un agente riporta una distrazione muscolare alla gamba giudicata guaribile in 20 giorni, imprevisto che gli costa la denuncia per resistenza a pubblico ufficiale. Il poliziotto in questione è proprio quello che lo cercava da mesi. Per questo, nonostante il muscolo fuori uso, lo insegue fino a placcarlo.
La storia del “maestro” finisce qui. Per ora.