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Milano, sequestro milionario al truffatore trasformista che rubò quadri di Renoir e Rubens

Sequestrati beni per 2 milioni di euro a Nenad Jovanovic, un pluripregiudicato croato di 46 anni esperto in truffe clamorose. Tra i colpi messi a segno c’è anche il furto di un Renoir e un Rubens durante un raggiro a un gallerista attirato a Monza fingendosi un diplomatico rabbino della comunità ebraica di Milano. Ufficialmente non aveva lavoro ma possedeva Ferrari, appartamenti e gioielli.
A cura di Salvatore Garzillo
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Definirlo truffatore è riduttivo. Artista forse è eccessivo. Facendo una fantasiosa sintesi, potremmo dire che Nenad Jovanovic è l’Arturo Brachetti della truffa, un criminale con una capacità trasformista che gli ha consentito di mettere a segno colpi milionari grazie a un numero indefinito di identità. Nell’aprile 2017 si è calato nella parte di Samuel Abraham Lewy Graham, un rabbino diplomatico della comunità ebraica di Milano, e dopo mesi di “lavoro” è riuscito a convincere un importante mercante d’arte con gallerie in Sardegna e Londra a vendergli due capolavori assoluti: “La fanciulla sul prato” di Renoir e “La sacra famiglia” di Rubens, valore totale 26 milioni di euro. Il finto rabbino, con la complicità di altre 4 persone, ha organizzato la compravendita in una villetta residenziale di Monza (trasformata per l’occasione in sede consolare) e al momento giusto è sparito con i quadri senza pagare un solo euro.
Qualche tempo dopo, mentre Jovanovic scontava la pena per furto aggravato, gli investigatori hanno ritrovato i dipinti in un campo nomadi del nord Italia.

Il nullatenente col patrimonio da re

Jovanovic è nato in Croazia 46 anni fa, ha precedenti che iniziano quando era ancora minorenne ma in questi anni ha fatto carriera, si è specializzato nei “rip-deal”, una nicchia di mercato di alto profilo, truffe complesse che possono durare mesi per poi concludersi con uno strappo improvviso che svela l’inganno.
È successo lo scorso dicembre nella hall di un importante albergo di Milano, quando Jovanovic ha portato via alla sua vittima un diamante del valore di oltre 3 milioni di euro al termine di una trattativa alla quale aveva portato un borsone pieno di banconote false da 200 euro.

Al momento Jovanovic è libero, anche se verrà sottoposto alla sorveglianza speciale. Ieri gli agenti della divisione Anticrimine della questura di Milano hanno disposto il sequestro di beni per 2 milioni di euro, un provvedimento che è conseguenza delle indagini patrimoniali sul pluripregiudicato che, pur non avendo ufficialmente una attività lavorativa, ha accumulato un patrimonio da sogno che comprende abiti griffati e auto sportive come una Ferrari 360 Modena Spider e un’Audi A6. Basti pensare che il sequestro comprende un appartamento a Trezzano sul Naviglio da 8 vani, un altro a Sedriano di 4 vani più box, una Mercedes Classe A AMG, un anello trilogy con 21 diamanti a fiori, 2 anelli in oro bianco con 5 diamanti, un bracciale rigido in oro giallo, un anello fedina oro bianco, un braccialetto con 210 diamanti, un altro con 52 diamanti e un terzo con 56 diamanti.

I colpi all'estero e i quadri da 26 milioni di euro

Poliglotta, abile nel modificare i propri connotati e dotato di numerosi documenti falsi, secondo le indagini Jovanovic ha colpito anche all’estero. Nel 2002, fingendosi un professionista italiano e utilizzando un fax intestato a una società di investimenti, è riuscito a ingannare un austriaco al quale aveva detto di essere interessato a comprare un suo immobile in Austria. Dopo avergli consegnato 500mila franchi svizzeri come caparra (tutti biglietti da mille risultati falsi), il 46enne gli ha proposto un’operazione di cambio valuta per riciclare soldi sporchi e si è fatto consegnare 90mila euro prima di sparire.

Nel 2007 il nome di Jovanovic è finito negli elenchi dell’Interpol che lo ha segnalato per 4 rip-deal in Germania, Svizzera e Austria usando l’identità “Claudio Moro”. Il 2018 è stato l’anno dell’arresto per furto aggravato e sostituzione di persona per aver rubato le opere di Rubens e Renoir. In quel caso aveva dato appuntamento ai venditori in una villetta di Monza abilmente camuffata da ente diplomatico, aveva fatto depositare i quadri in una stanza e aveva accompagnato le vittime in un’altra stanza. Poi – per quanto possa sembrare banale – si era allontanato con una scusa e arrivederci a tutti.

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