"Preferite lasciare questo luogo abbandonato per cinque anni? Preferite questo? Allora io ci entro subito". È iniziata così, un giorno di qualche anno fa, la storia che ha condotto alla nascita del Tempio del Futuro perduto di Milano e che lunedì porterà in tribunale per "invasione di suolo pubblico" il fondatore dello spazio che negli ultimi mesi ha fatto parlare di sé per iniziative come il "Muro della gentilezza" e le colazioni e gli aperitivi distribuiti agli automobilisti fermi nel traffico, ma anche per aver rimesso a posto uno spazio ridotto a rudere nell'area della Fabbrica del Vapore in zona Monumentale, organizzato mostre, eventi e altre iniziative. Tommaso Dapri, intervistato da Fanpage.it a pochi giorni dall'inizio del procedimento a suo carico, spiega: "La denuncia l'avevo messa in conto, fa parte del processo ed è inevitabile quando si cerca di fare qualcosa di sperimentale".

Da dove inizia il percorso che ti porterà, unico imputato, davanti al giudice?

"La mia è una storia lunga, che è iniziata quando ero presidente di un'associazione all'interno della Fabbrica del Vapore. All'epoca, si era attorno al 2012, avevamo partecipato ai bandi del Comune per la gestione degli spazi. Ma ogni volta sorgevano grandi problemi burocratici e i bandi andavano a vuoto perché erano strutturati in modo troppo complesso per le associazioni milanesi. In altri casi accadeva che gli spazi messi a bando fossero danneggiati, come quello dove ora si trova il Tempo del Futuro Perduto.

Com'era lo spazio quando siete entrati?

Quando siamo entrati nell'edificio non c'era niente: porte, finestre, impianti, sanitari erano tutti distrutti. Era un vero e proprio rudere.

Perché è scattata l'idea di entrare senza permesso?

In attesa che fosse ristrutturato e poi che fossero scritti i nuovi bandi, avevo provato a discutere con il Comune e la Fabbrica del Vapore di fare accordi, o comunque di trovare modalità per poter usare lo spazio nel frattempo. Un giorno durante una riunione ho chiesto: "Preferite lasciare questo luogo abbandonato per cinque anni? Preferite questo?". La loro idea non cambiava. "Allora io ci entro subito". E così ho fatto.

Che cosa è successo?

Sono entrato da solo, e ho iniziato a mettere a posto. Non c'è stata nessuna effrazione, perché gli spazi erano aperti e non vigilati.

Ora quali sono le accuse a tuo carico?

Sono accusato di invasione di proprietà pubblica e di aver organizzato una mostra fotografica senza la necessaria autorizzazione. Un evento che era tra l'altro per beneficienza.

Sei l'unico a processo?

Sono entrato da solo il primo giorno e la responsabilità risulta mia. Ho preferito accollarmi questo procedimento, anche perché le associazioni e le realtà che collaborano con noi hanno accordi con enti pubblici e non volevo coinvolgerle in qualcosa che avrebbe potuto danneggiarle.

Eppure voi avete messo a posto gli spazi. Non è possibile trovare un accordo?

È possibile. Nel nostro caso, a differenza di altre situazioni, gli interventi effettuati sono stati riconosciuti dalla pubblica amministrazione e dalle forze dell'ordine. C'è al vaglio un rapporto di collaborazione e co-gestione che potrebbe essere qualcosa di nuovo, in linea con quello che accade nelle grandi città europee. Il paradosso è che, allo stesso tempo, ci viene chiesto di lasciare gli spazi come li abbiamo trovati. Cosa dovremmo fare, distruggere tutto di nuovo?

Intanto sei imputato e rischi come minimo una multa salata

Io capisco il Comune, che non poteva farsi carico della responsabilità di quello che abbiamo fatto. Hanno dovuto denunciare e io mi assumo la responsabilità. Le denunce le metti in conto quando intraprendi una cosa del genere. Fanno parte del gioco. So che per l'amministrazione è difficile.

Qual è la riflessione che hai fatto su tutta questa storia?

La mia riflessione è che, se si agisce in trasparenza e con buon senso, non è vero che l'opinione pubblica è ostile a queste iniziative. Al contrario, è molto ricettiva nei nostri confronti. Purtroppo è la burocrazia a complicare tutto

E adesso?

L'invito al Comune è di venire a vedere quello che stiamo facendo. Hanno le chiavi, perché quando abbiamo rifatto le serrature ci siamo preoccupati di dare una copia anche a loro.