Un parroco che chiede alla polizia di sgomberare alcuni migranti accampatisi all'interno di un edificio abbandonato. E i migranti che rispondono al prete e ai residenti, dicendo di aver bisogno solo di un po' di solidarietà. Si sta consumando attraverso uno scambio epistolare l'ultimo episodio (in questo 2016) legato al tema dell'accoglienza di profughi e migranti a Milano. Teatro della vicenda il quartiere di Villa San Giovanni, periferia nord del capoluogo. A pochi chilometri da dove, tra il 22 e il 23 dicembre scorsi, è stato ucciso il presunto killer di Berlino, Anis Amri.

Ed è proprio la paura legata al terrorismo, che purtroppo si rinnova a ogni episodio di cronaca, ad aver avuto un peso importante nella decisione di padre Francesco Inversini. È lui, parroco della chiesa di Cristo Re, ad aver inviato lo scorso martedì una lettera indirizzata al commissariato di zona, Greco-Turro. Chiede, senza mezzi termini, di sgomberare il palazzo in via Fortezza 27, un tempo sede della ditta grafica Marco e da martedì, come denunciato anche dalla consigliera comunale di Forza Italia Silvia Sardone, occupato abusivamente da una cinquantina di persone: "La gente è preoccupata perché non sa darsi ragione di quanto avviene – è scritto nella missiva – gli avvenimenti recenti creano sospetti e inquietudini nella popolazione. A nome degli abitanti ritengo opportuno segnalare e sollecitare un intervento delle autorità competenti per chiarire e sanare una situazione che può divenire incontrollata e generare reazioni incontrollabili".

"La situazione può generare reazioni incontrollabili"

A chiarire quali possano essere queste "reazioni incontrollabili" è Tommaso, il responsabile dell'oratorio: "Non dico il mio cognome perché altrimenti quei tizi mi fanno la pelle, ma qui, i genitori e i fedeli sono arrabbiati. Non è escluso che qualcuno decida di passare alle vie di fatto, se le autorità non intervengono", ha affermato al quotidiano "La Repubblica". Quali le colpe specifiche degli occupanti dell'edificio? Sempre il collaboratore di padre Inversini afferma: "Questa gente va e viene, non ha i documenti, dà fastidio, spacca i vetri delle auto. Nel palazzo occupato si sono anche attaccati abusivamente alla corrente elettrica. Adesso sono in 50, ma potrebbero diventare 300. L'edificio ha tre piani e c'è qualcuno in portineria che gestisce gli ingressi, visto che ormai entrano dalla porta principale, come a casa loro. Uno sconcio che deve finire". E il prete, nella sua lettera, sottolinea come gli occupanti (per lo più africani del Maghreb e del Senegal) siano "clandestini, senza controllo e lasciati liberi di agire a piacimento".

 

La risposta dei migranti: "Non abbiate paura, chiediamo solo solidarietà"

Alla lettera di padre Inversini hanno risposto, sempre con una missiva, gli stessi occupanti abusivi dello stabile: "Residenti del quartiere, non abbiate paura: chiediamo solo solidarietà". Così si apre la lettera che è stata poi diffusa nella zona, nella quale gli occupanti raccontano le proprie condizioni di vita e le motivazioni che li hanno spinti a prendere possesso dello stabile: "Siamo fuggiti da guerre, dittatori, rapitori di ragazzi – spiegano -. Con il vostro aiuto e la vostra accoglienza possiamo diventare una risorsa per il quartiere e per la città", scrivono gli immigrati, che hanno invitato tutti i cittadini a prendere un tè assieme alle 8.30 del 9 gennaio: "Per conoscerci, parlare e costruire insieme un percorso comune di condivisione degli spazi". L'obiettivo degli occupanti è di ristrutturare l'edificio attraverso la loro manodopera, per renderlo funzionale alle esigenze loro e del quartiere. La loro permanenza nello stabile, però, è illegale: al momento gli occupanti non hanno fatto entrare i giornalisti all'interno.

L'assessore Rozza punta il dito contro il "menefreghismo dei proprietari"

Il Comune di Milano, al momento, attende che la soluzione possa rientrare in un ambito normativo di propria competenza. L'assessore alla Sicurezza Carmela Rozza, interpellata da Fanpage.it, punta il dito sul "menefreghismo" della proprietà dello stabile: "Il Comune e la polizia locale non hanno compiti di ordine pubblico, e sulle proprietà private nessuno interviene se non c'è una denuncia del privato. C'è un'aggravante – aggiunge – questo continuo ribaltare le cose sul pubblico significa che c'è un privato che ha avuto un edificio occupato che la pubblica amministrazione ha sgomberato (con costi che ricadono sulla collettività) e non lo ha messo in sicurezza". Secondo l'assessore, quindi, "ci deve essere un giusto equilibrio, perché sennò il milanese paga con le sue tasse il menefreghismo di proprietari che preferiscono non investire e creano contemporaneamente anche disagio ai cittadini. I privati non devono essere i primi attori dell'insicurezza e dei problemi di serenità dei cittadini".