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Maroni, non bastano gli occhialini per essere come Gandhi

Il Mahatma diceva «La mia vita è il mio messaggio». Il governatore della Regione Lombardia Roberto Maroni che messaggio ha mandato in questi anni di politica?
A cura di Roberta Covelli
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“Guardare il mondo con gli occhi di Gandhi” o, meglio, con i suoi occhiali: indossando la montatura del Mahatma indiano, infatti, personaggi come Renato Pozzetto, Umberto Smaila, Paolo Berlusconi e don Antonio Mazzi vogliono richiamare l'attenzione sulla vicenda dei due marò italiani Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati di aver ucciso due pescatori al largo delle coste del Kerala. Tra gli altri, ha entusiasticamente aderito all'iniziativa il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, che pure non sembrava aver mai dimostrato una particolare attitudine alla nonviolenza: ad esempio, con la sua condanna per resistenza a pubblico ufficiale, difficilmente paragonabile alla disobbedienza civile e pacifica attuata da Gandhi, che dalle biografie ufficiali non risulta abbia mai morso caviglie di poliziotti. Appare poi piuttosto bizzarro pensare che i principi della nonviolenza si applicassero davvero a un'organizzazione paramilitare e razzista come la Guardia Nazionale Padana, pur autodefinitasi nello statuto “pacifica e non violenta [sic]”.

All'impegno di Gandhi per migliorare la condizione dei fuoricasta della società indiana non sembra inoltre corrispondere empatia padana verso gli ultimi: i proclami della Lega Nord contro la presunta invasione di barconi di immigrati, culminati negli accordi con la Libia di Gheddafi per il controllo della tratta sul Mediterraneo, hanno portato a una condanna dell'Italia da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo che evidentemente non ha colto umanità né pacifismo nei respingimenti di somali, libici ed eritrei in fuga sul mare.

Nell'omofobia ostentata a convegni regionali, così come nella legge antimoschee che, con regole urbanistiche, impedisce di fatto la libertà di culto, è pressoché impossibile cogliere tracce di quella tolleranza predicata e applicata dal padre dell'indipendenza indiana. Allora a Roberto Maroni che, con la paradossale scusa dei marò, si esalta nel dipingersi nonviolento, bisognerebbe ricordare una frase di Gandhi: “La mia vita è il mio messaggio”. Sappia che un paio di occhiali storici non bastano a far dimenticare chi è veramente.

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Nata nel 1992 in provincia di Milano. Si è laureata in giurisprudenza con una tesi su Danilo Dolci e il diritto al lavoro, grazie alla quale ha vinto il premio Angiolino Acquisti Cultura della Pace e il premio Matteotti. Ora è assegnista di ricerca in diritto del lavoro. È autrice dei libri Potere forte. Attualità della nonviolenza (effequ, 2019) e Argomentare è diabolico. Retorica e fallacie nella comunicazione (effequ, 2022).
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