Non un solo ceppo di Coronavirus, ma più ceppi diversi tra loro che hanno attaccato la Lombardia con un "assalto multiplo e concentrico", come una sorta di doppia epidemia diversa tra le varie zone della regione. Sono alcune delle parole utilizzate dai ricercatori dell'Azienda socio sanitaria territoriale Grande ospedale metropolitano Niguarda di Milano e del Policlinico San Matteo di Pavia per descrivere le peculiarità dell'epidemia di Covid-19 nel territorio lombardo, la regione italiana più colpita dal virus dove ieri sono stati registrati 119 casi e ci sono stati 5 morti. Lo studio dei ricercatori, promosso e sostenuto dalla Fondazione Cariplo, è stato presentato questa mattina presso il centro congressi della fondazione. I dati della ricerca sono già stati messi a disposizione in modalità open access a tutta la comunità scientifica internazionale, affinché dall'esperienza lombarda si possano ricavare informazioni utili per affrontare eventualmente una seconda ondata o lottare contro quella ancora in atto.

Ceppi virali diversi hanno colpito la Lombardia in luoghi diversi e tempi ravvicinati

Lo studio, il più ampio finora condotto sul sequenziamento del virus Sars-CoV-2 in Lombardia, ha analizzato le sequenze genomiche del virus isolate in circa 350 pazienti provenienti da varie parti della regione. I risultati mostrano non solo che il virus era presente in Lombardia prima di quel che si pensava all'inizio, ma anche che lo ha fatto "con assalti multipli e concentrici di ceppi virali diversi, in luoghi diversi, ma in tempi molto vicini tra loro", secondo quanto affermato dal responsabile scientifico dello studio, il professore dell'Università degli studi di Milano Carlo Federico Perno che dirige la Medicina di laboratorio del Niguarda. Rispetto ai tempi di ingresso del virus, se le catene di trasmissione e contagio sono documentate a partire dalla seconda metà di gennaio, lo studio non esclude che il Coronavirus possa aver circolato anche nei giorni e mesi precedenti, anche se non in maniera massiccia. Secondo i ricercatori è possibile dunque che proprio la "circolazione silente, multipla e simultanea di ceppi diversi, possa aver esacerbato la già elevatissima trasmissibilità del virus e aver creato così una vera tempesta virale" in Lombardia, dove la densità di popolazione ha contribuito a rendere "difficili gli interventi di contenimento della diffusione stessa".

Il virus prima di Codogno era già ad Alzano

Sulla diffusione del virus il virologo Perno ha poi evidenziato un aspetto importante: quando il Coronavirus è stato scoperto a Codogno "il virus già c'era e non solo a Lodi. C'era anche ad Alzano, a Nembro e in varie altre parti della Lombardia". "Il virus ha caratteristiche genetiche molto più simili a quelli oggi presenti in Europa che non a quelli circolanti in Cina – ha spiegato Fausto Baldanti, responsabile del laboratorio di Virologia molecolare del San Matteo e professore dell’Università di Pavia -. L’ingresso quindi non è diretto dalla Cina ma mediato da una fase Europea. Quando è stato riscontrato il primo caso a Codogno, in una forma leggermente diversa, lo stesso era già presente nella zona nord (includente Alzano e Nembro)". Due le maggiori catene di trasmissione virale, circolanti in modo preponderante in due diversi territori municipali lombardi: la prima si è diffusa principalmente nel nord della Lombardia a partire dal 24 gennaio, con il territorio di Bergamo e dei suoi territori adiacenti (come Alzano e Nembro). La seconda, più variabile, ha caratterizzato l’epidemia del sud della Lombardia almeno a partire dal 27 gennaio, con le province di Lodi e Cremona investite maggiormente.