La sindaca di Lissone, Concetta Monguzzi (Facebook)
in foto: La sindaca di Lissone, Concetta Monguzzi (Facebook)

La sindaca di Lissone, Concetta Monguzzi, è stata minacciata di morte per aver partecipato a un convegno sul tema dell'accoglienza ai migranti. A rendere noto l'episodio è stata la stessa prima cittadina su Facebook. Monguzzi, che è anche vice presidente della Provincia di Monza e Brianza, ha spiegato di aver partecipato la scorsa settimana al convegno “Migranti, l’accoglienza ha funzionato”, promosso a Monza dalla Rete Bonvena e a cui anche il Comune di Lissone aveva concesso il proprio patrocinio. La sindaca ha poi spiegato che, spinta anche da diverse sollecitazioni, la scorsa settimana ha diffuso i numeri sui migranti accolti a Lissone aggiornati al 31 dicembre 2018: "La pubblicazione della notizia su una pagina social in cui si parla di Lissone ha scatenato un gran numero di commenti – ha spiegato Monguzzi – Più d’uno ha interpretato queste affermazioni come se le mie preoccupazioni di Sindaco fossero rivolte solo a queste persone".

Le minacce di morte e la denuncia della sindaca

La pubblicazione dei dati ha suscitato diverse critiche rivolte alla prima cittadina. Lei stessa ha accettato tali critiche: "Ci può stare il disaccordo verso un’azione amministrativa, se tutto ciò avviene in una logica di scambio di opinioni". Tra gli utenti che hanno commentato il post della sindaca c'è stato però anche chi è passato alle minacce. Un utente ha infatti scritto: "Sparargli nella testa, cosa dite?". "Una frase forte, carica di odio. Una minaccia che ho ricevuto nei giorni scorsi su una pagina di social network – ha scritto la sindaca – A parte l’errore grammaticale, non trovo spiegazioni dietro parole simili. Pensare di uccidere una persona o incitare gli altri a farlo, solo perché non la pensa come vorremmo, mi fa tornare alla mente periodi cupi della storia passata". Da qui la decisione della prima cittadina di recarsi presso la caserma dei carabinieri di Lissone per presentare un esposto sulla vicenda. Un modo per "tutelare il diritto di tutti – me compresa – ad esprimere il proprio pensiero senza timore che qualcuno possa pensare di ‘sparargli nella testa'", ha spiegato la prima cittadina.