Anche la provincia di Brescia è coinvolta nell‘inchiesta antiterrorismo dei carabinieri del Ros di Palermo che questa mattina ha portato al fermo di 15 persone (sette però sono latitanti) tra Sicilia e Lombardia. L'inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, è partita dopo le dichiarazioni di un "pentito": un cittadino tunisino che ha deciso di collaborare con i pubblici ministeri perché temeva che l'Italia si ritrovasse con "un esercito di kamikaze". Le accuse contestate ai fermati sono a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata all'immigrazione clandestina e al contrabbando, istigazione a commettere delitti in materia di terrorismo, ingresso illegale di migranti nel territorio nazionale. Contestato anche l'esercizio abusivo di attività di intermediazione finanziaria con l'aggravante della transnazionalità.

Al ragazzo bresciano contestato il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina

La banda, ritenuta dai pm di Palermo “una minaccia alla sicurezza nazionale", si finanziava portando clandestini dalle coste tunisine a quelle trapanesi a bordo di potenti gommoni, facendosi pagare circa 1500 euro da clandestini "normali" e circa il doppio da chi in patria era ricercato per vari reati, tra cui anche quelli legati al terrorismo. Ed è proprio quest'ultima circostanza ad aver spinto il jihadista "pentito" a decidere di parlare. Tra le otto persone fermate c'è anche un 27enne tunisino che da Palermo in Sicilia si era trasferito a Ome, nel Bresciano. Al ragazzo, che adesso si trova nel carcere di Canton Mombello, viene però contestato da quanto si apprende solo il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, in una circostanza: avrebbe infatti comprato dei biglietti aerei per una ragazza per aiutarla ad andare a vivere in Inghilterra.