Si è tenuta oggi davanti al Tribunale di Milano la prima udienza del ricorso presentato contro il licenziamento di Hamala Diop, lavoratore della cooperativa Ampast impiegato all'istituto Don Gnocchi di Milano, allontanato dopo aver denunciato presunte irregolarità nella gestione dell'emergenza covid nella struttura, tra cui ritardi nell'uso di dispositivi di protezione e nella comunicazione dei casi positivi, e portato all'apertura di un'inchiesta della Procura di Milano.

Coronavirus all'Istituto Don Gnocchi, il processo contro il licenziamento di un lavoratore che denunciò

Il lavoratore, difeso dagli avvocati Romolo Reboa, Gabriele Germano e Roberta Verginelli, si è appellato alla normativa sui whistleblower, ricordando che la legge prevede la nullità del licenziamento del dipendente che denuncia pubblicamente o riferisce alle autorità attività illecite o fraudolente avvenuta in un'organizzazione pubblica o privata, stabilendo che "il licenziamento ritorsivo o discriminatorio del soggetto segnalante è nullo". Nella prima udienza sono emerse alcune questioni tecniche su cui il giudice si è preso un paio di giorni per decidere. Poi verrà fissata la prossima udienza in cui le parti entreranno nel merito della questione.

Altri dipendenti dichiarati "non graditi" e trasferiti

I legali del dipendente licenziato hanno ricordato anche che tutti i suoi colleghi che avevano firmato la denuncia sono stati dichiarati "non graditi" dalla Fondazione Don Gnocchi e allontanati, trasferiti in altre sedi. Quelli inquadrati formalmente con contratto a partita iva hanno visto lo stesso risolto.

“Hanno tenuto nascosti casi di contagio da Covid 19, benché ne fossero a conoscenza almeno dal 10 marzo” e “impedito ai lavoratori l’uso delle mascherine per non spaventare il pazienti”, è la denuncia del gruppo di 18 lavoratori. La Fondazione Don Carlo Gnocchi Onlus – che per tramite dei suoi legali ha sempre negato ogni responsabilità sulla diffusione del contagio – dopo i primi provvedimenti di sospensione in una nota aveva precisato di "aver legittimamente esercitato il proprio diritto contrattuale di ‘non gradimento'