La sentenza di secondo grado che ha assolto Stefano Binda dall'accusa di omicidio ai danni di Lidia Macchi è il frutto di un "processo ingiusto", secondo il procuratore generale Gemma Gualdi. Il magistrato ha depositato il ricorso in Cassazione. Binda, un 52enne di Brebbia ed ex compagno della Macchi che si è sempre professato innocente, era stato condannato in primo grado dalla Corte d'Assise di Varese nell'aprile 2018 per l'omicidio di Lidia Macchi, reato che risale al 1987 a Cittiglio, in provincia di Varese. Il corpo della ragazza fu ritrovato nei boschi adiacenti il paesino con sopra i segni di 29 coltellate: i medici legali stabilirono che prima di essere assassinata consumò un rapporto sensuale consensuale. Le indagini furono lunghe e complicate e solo nel 2016, anno in cui – 29 anni dopo il delitto – era stato arrestato Binda, iniziò il processo.

La condanna all'ergastolo

Dopo due anni arriva la condanna all'ergastolo che è però stata stravolta in Appello a Milano nel luglio scorso, con la piena assoluzione "per non aver commesso il fatto". I giudici di secondo grado hanno motivato la sentenza sbriciolando l'impianto accusatorio, oltre a sottolineare la mancanza di prove che stabilissero l'effettiva colpevolezza dell'uomo: la "prova regina" dell'accusa era (e continua ad essere) il componimento "in morte di un'amica", una poesia anonima che secondo gli inquirenti sarebbe stata scritta dall'assassino di Lidia, e che una perizia calligrafica dell'accusa avrebbe attribuito allo stesso Binda. Ora si preannuncia l'ultimo round in Cassazione per un delitto che, a distanza di quasi 33 anni, rischia di rimanere irrisolto.