Da oggi, lunedì 18 maggio, secondo l'ordinanza della Regione Lombardia pubblicata solo nella serata di ieri (a causa della tardiva pubblicazione del Dpcm del governo) possono riaprire nel territorio lombardo anche i musei. Ma a Milano le porte sono rimaste chiuse, e non solo perché il lunedì è il tradizionale giorno di chiusura dei musei civici. L'assessore alla Cultura del Comune di Milano, Filippo Del Corno, ha spiegato i motivi a Fanpage.it.

Assessore, come mai i musei civici di Milano sono rimasti chiusi?

Noi avevano pronto il protocollo anche per questa settimana. Sabato mattina però abbiamo letto una dichiarazione non smentita del presidente Fontana in cui diceva che i musei erano i luoghi più pericolosi per il contagio, e che sarebbero passate molte settimane prima della loro riapertura. La dichiarazione non è stata smentita, ma è stata contraddetta dall'ordinanza regionale. Quindi c'è un momento di grande incertezza: ha ragione il presidente Fontana che dice, senza essere smentito, che sono luoghi pericolosi, o ha ragione l'ordinanza che dice che possono riaprire? Noi in questa incertezza abbiamo deciso di prenderci una settimana ulteriore di sperimentazione dei protocolli di sicurezza, in maniera tale che settimana prossima saremo pronti ad aprire. Però abbiamo bisogno che Regione Lombardia faccia chiarezza al suo interno e ci dica se sono pericolosi oppure no.

Se arriveranno questi chiarimenti quindi i musei civici milanesi quando riapriranno?

Riapriranno martedì 26 maggio, se arriveranno i chiarimenti. Noi siamo pronti ad aprire anche domani, ma in queste condizioni non possiamo farlo. Non soltanto a Milano, ma anche ad esempio a Brescia vogliamo capire qual è la situazione. Non vogliamo mettere a rischio la sicurezza dei nostri cittadini. Nel momento in cui riapriamo un luogo dobbiamo essere sicuri che i vertici della Regione considerino quei luoghi sicuri. Invece Fontana nella sua dichiarazione diceva che musei e palestre sono i luoghi più pericolosi per il contagio. E allora noi dobbiamo capire qual è la verità e qual è l'evidenza scientifica su cui si sono basati.

Come utilizzerete questa settimana?

La useremo per sperimentare ulteriormente i protocolli che avevamo già annunciato. Verificheremo se tutte le misure in atto sono compatibili con i processi organizzativi di realtà museali anche complesse, in maniera che la settimana prossima saremo ancora più pronti.

Questa nuova modalità di fruizione dei musei, con tutte le dovute accortezze per i visitatori, andrà a penalizzare l'offerta culturale di Milano? La città soprattutto negli ultimi anni ha ospitato mostre importanti…

Sì, negli ultimi anni il sistema museale ed espositivo cittadino era diventato all'altezza di altre grandi città europee. Da questo punto di vista quel cammino si è inevitabilmente interrotto, anche perché si alimentava di una grandissima presenza di turisti non solo di altre città italiane ma di altri Paesi del mondo e quella prospettiva adesso viene interrotta. La cosa interessante ora sarà capire come i musei possano ripensare a una parte della propria attività, rivolgendosi in maniera ancora più decisa rispetto al passato alla comunità cittadina e quindi diventare veri e propri centri di comunità e progettare iniziative e proposte ancora più coinvolgenti per i cittadini e le cittadine di Milano. Certo, un passaggio di questo genere richiede un ripensamento di funzioni, programmi e progetti, che verrà fatto assieme alla città, nello stesso spirito con cui il Comune ha pubblicato il documento Milano2020.

Questo ripensamento dell'offerta museale potrebbe anche essere un'occasione per i cittadini per riappropriarsi di alcuni musei meno conosciuti, come le case museo?

È verissimo, infatti un po' ci stiamo dirigendo verso questo aspetto. Anche perché le case museo spesso esprimono la possibilità di appropriarsi della consapevolezza storica di come la città e i cittadini in passato hanno costruito il proprio rapporto con la produzione artistica. Le case museo possono dire molto sulla storia dei territori cittadini. Pensiamo alla casa Boschi Di Stefano in via Jan, a cosa ci può dire su come quel territorio è cambiato. Questa sarà una delle linee su cui sarà stimolante proseguire e anche lo spunto per ripensare a questa dimensione più territoriale dei musei.

Al di là dei musei, tutto il settore della cultura è stato uno dei più penalizzati. Cosa sta pensando il Comune per sostenerlo?

Dobbiamo avere piena consapevolezza di come il settore della cultura sia stato il più colpito o tra i più colpiti dal lockdown, anche perché è stato il primo a chiudere. I primi luoghi e spazi chiusi sono stati musei, teatri, cinema e biblioteche. Il settore culturale sta vivendo una grossa crisi, per questo ho proposto al sindaco e alla giunta di deliberare un "Piano Cultura", cosa che abbiamo fatto venerdì scorso, in cui utilizziamo 2 milioni di euro delle risorse raccolte col Fondo di mutuo soccorso. Su questo è stato molto importante il contributo della Fondazione Bolton, che ha conferito 1 milione di euro al fondo indicandone la destinazione culturale. Questo ci ha permesso di capire che l'esigenza del soccorso alle iniziative culturali era sentita non solo dall'amministrazione, ma anche dai contributori del fondo.

In cosa consiste nello specifico questo Piano Cultura?

Si compone di tre azioni. La prima si chiama "le case della cultura", e vuole andare a coprire i costi di mantenimento delle "case" in cui si fa cultura: cinema, teatri, piccole librerie, sedi delle associazioni culturali, che sono state chiuse due, tre, quattro mesi, ma non hanno cessato di avere costi. Penso al canone di locazione, alle utenze, alle spese di mantenimento, di stoccaggio e archiviazione materiali. La seconda azione "Cultura e lavoro", riguarda i danni subiti da soggetti che hanno visto interrotta la propria progettazione culturale, quindi i tanti eventi e le tante manifestazioni già programmate per i mesi di marzo, aprile e maggio e che non hanno potuto avere luogo. Questo ha determinato danni economici consistenti, e quindi noi interveniamo a ristorare questi danni. La terza azione infine si chiama "Focus", ed è legata a progetti che vogliano riattivare l'offerta culturale in un quadro molto mutato. Progetti che sperimentino nuove modalità di relazione tra pubblico e offerta culturale.

Pubblicherete un bando?

Esattamente, faremo un avviso pubblico. Abbiamo istituito una commissione, entro poco dovrà elaborare criteri e parametri molto leggeri per l'avviso pubblico e poi ci sarà tempo per i soggetti culturali che si ritengono eleggibili a contribuzione per presentare la propria istanza. È importante sottolineare che si tratta di contributi a fondo perduto, è quasi una forma risarcitoria per gli enormi problemi che molte organizzazioni culturali hanno dovuto subire. Inoltre sottolineo l'approccio multidisciplinare: ci riferiamo non solo al mondo dello spettacolo dal vivo, ma anche anche ad altri mondi culturali, come quello delle piccole librerie. Vero che in quel caso parliamo di commercio, però bisogna riconoscere che molte librerie hanno una funzione pubblica: organizzano presentazione di libri, iniziative per bambini. L'interruzione di quel servizio di funzione pubblica va in qualche modo anche tutelato dall'amministrazione.

Quali saranno i tempi dell'iter del Piano cultura?

Pensiamo che l'avviso verrà reso pubblico nell'arco di due settimane a partire da oggi. Lasceremo due settimane di tempo ai soggetti per presentare l'istanza, che sarà molto semplice e leggera. Non chiediamo tanta documentazione, chiederemo dati facilmente verificabili e abbiamo molta fiducia nei soggetti che presenteranno le domande, perché crediamo che nessuno vorrà agire in maniera non trasparente. Poi ho chiesto alla commissione di lavorare più celermente possibile, anche se siamo in un contesto in cui abbiamo tanti vincoli a livello amministrativo. La nostra idea è che all'inizio di luglio i contributi siano già erogati.

C'è qualcuno che dopo il lockdown non si rialzerà, tra gli operatori del mondo della cultura milanese?

Per il momento che io sappia no. Riceviamo molti segnali di preoccupazione, ma non di resa. Questo è molto importante, e dimostra anche che la percezione che si è avuta in questi mesi di lockdown è che la cultura sia un elemento insostituibile per le società e le comunità cittadine. E questa è una consapevolezza che anima anche gli operatori per capire che in futuro torneranno a esser insostituibili e quindi avranno uno spazio di azione, di vita e di lavoro.