Via Montenapoleone, il limite all’uso dei contanti fa scappare i turisti

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Il presidente dell’associazione dei commercianti della via simbolo del lusso, Guglielmo Miani, attacca le normative sul limite ai pagamenti cash: “Cinesi, russi e arabi vanno a comprare in Svizzera”.

I turisti stranieri, soprattutto quelli più danarosi, scappano dalle costose boutique di via Montenapoleone, nel cuore del Quadrilatero della moda milanese. Ma non per i prezzi, spesso inaccessibili ai comuni mortali. Tutt’altro. Fuggono perché non possono pagare in contanti. La causa va ricercata nelle normative sui pagamenti introdotte con il decreto Salva Italia, ai tempi del governo di Mario Monti. Che prevedono un tetto massimo di 999 euro, oltre i quali i pagamenti in contanti sono vietati. Una soglia, più bassa rispetto ai 2500 euro precedenti, che prevede alcune deroghe solo per i cittadini dell’Unione europea, che possono fare acquisti in contanti fino a 15mila euro. La normativa, introdotta per contrastare l’economia sommersa e garantire la tracciabilità dei pagamenti, ha però delle controindicazioni: cinesi, russi e arabi in visita a Milano hanno spesso disponibilità di grandi somme di denaro in contante, ed è con quelle che si riversano nei negozi del centro per fare i loro acquisti. Anche se, come forma di pagamento, il contante è difficile da tracciare, non sempre il suo utilizzo nasconde qualche provento illecito o qualche traffico proibito. Per alcuni popoli è a volte solo una questione culturale: “In particolare i turisti cinesi ricevono ordinazioni di parenti e amici che danno loro i soldi per gli acquisti. Per questo arrivano in Italia con grandi somme di contante, che però non potranno spendere a causa delle leggi attualmente in vigore”, dice Guglielmo Miani, presidente dell’associazione commercianti di via Montenapoleone. Risultato? “Alla fine i cinesi, come i russi e gli arabi i loro acquisti vanno a farli in Svizzera e non più in Italia”.

La politica, nel frattempo, rischia di complicare ulteriormente la situazione. Da giugno è infatti arrivato in Parlamento il “decreto competitività”, che contiene deroghe anche in tema di pagamenti in contanti. Il decreto, se approvato in questa forma, introdurrebbe soglie diverse per l’uso dei contanti a seconda del Paese di origine del turista, oltre a richiedere ai commercianti una sorta di schedatura del cliente, mediante documento da inviare all’Agenzia delle entrate. “Una Babele”, come dice Miani, che seppur consapevole che tutte queste misure siano studiate per contrastare il riciclaggio e l’evasione fiscale, si chiede se questa sia davvero la strada giusta per combatterle. “Dall’entrata in vigore della legge sui contanti, i nostri incassi calano al ritmo di 2 miliardi l’anno e non solo per effetto della crisi, quella c’era anche prima. Si trattava di evasione? Ma chi compra in nero continua a farlo all’estero. E il fisco incassa 480 milioni in meno l’anno”.

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