Immagine di repertorio
in foto: Immagine di repertorio

Un intervento difficilissimo, quasi impossibile, che ha costretto il signor Cristian a un ricovero in ospedale di quasi 100 giorni durante il quale è stato sottoposto a diversi interventi, dieci in tutto, necessari a ricostruire una vasta porzione di pelle divorata dal cosiddetto "batterio mangia carne".

A salvare la vita al 47enne originario di Brescia ma residente a Varese è stato il professor Mario Cherubino, Professore Associato di Chirurgia Plastica Ricostruttiva dell’Università dell’Insubria e responsabile della Microchirurgia e Chirurgia della Mano, che ha effettuato i numerosi interventi all'ospedale Circolo di Varese. Una fascite necrotizzate, è questa l'infezione che stava divorando i tessuti della pelle del signor Cristian che dopo un'operazione alla colonna vertebrale avuta qualche mese fa ha iniziato a stare male: un malessere generale che lo portava a essere stanco e spossato, fino al fatidico 7 marzo scorso quando è svenuto ed è stato trasportato in ospedale. È qui che il professor Cherubino ha capito che qualcosa non andava e così dinanzi al peggiorare continuo di quel paziente ha deciso di provare un intervento rischioso ma che avrebbe potuto salvare la vita al signor Cristian così da potergli permettere di riabbracciare la moglie Daniela e le due figlie.

"Nella mia carriera mi ero già imbattuto nella fascite necrotizzante – ha spiegato il professor Cherubino – è un'infezione molto rara ma pericolosissima. Sapevo che non c’era tempo da perdere. I batteri distruggono velocemente i tessuti molli, come la pelle, i fasci muscolari, per questo viene anche chiamata "sindrome dei batteri divoratori di carne". E così è iniziato il primo di dieci interventi volti prima a ripulire e rimuovere i tessuti infetti e poi a ricostruire quella porzione ampia di pelle, dalla coscia sino alla spalla: per otto volte l’uomo torna in sala operatoria, ogni volta per ripulire il derma mentre le ultime due sedute servono per l’autotrapianto di pelle che sostituisce la pelle artificiale. Un lavoro lungo al termine del quale l'uomo è stato trasferito in terapia intensiva per permettere la ricostruzione dei tessuti.

Alla fine, dopo 100 giorni, Cristian ha lasciato l'ospedale ed è tornato a casa. Ora sta bene ma è ancora convalescente: ricorda poco o nulla di quei giorni, durante i quali gli ospedali stavano combattendo un'altra battaglia, quella contro il Coronavirus, che per questo ha reso ancora più difficile il calvario dei famigliari dell'uomo che non si sono più potuti recare in nosocomio a fargli visita. "Quando non sono più potuta entrare, l’ho lasciato che riusciva a muovere sole le dita della mano. Mi sono aggrappata al professor Cherubino che mi ha sempre tenuto aggiornata – ha spiegato la moglie Daniela – ma anche al personale, medici e infermieri, tutte persone di grande umanità". "Sono davvero soddisfatto di come è andata – commenta il primario – Cristian è tornato dalla sua famiglia e sta bene. C’è voluto un gran sangue freddo e molta determinazione per affrontare un’infezione così estesa. Abbiamo salvato una vita. Averlo fatto, poi, mentre c’era l’emergenza sanitaria, quindi proteggendo il nostro paziente ci rende ancora più fieri".