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Covid 19

“Trasformati dal virus, mondo non sarà come prima”: parla il primario del pronto soccorso di Bergamo

“Non sarà più lo stesso mondo prima”. Roberto Cosentini, primario del pronto soccorso del Papa Giovanni XXIII di Bergamo, dal 22 febbraio ha visto arrivare l’epidemia di coronavirus nel suo ospedale, al centro del territorio più colpito in Italia. Un’ondata che ha travolto tutto. Ai microfoni di Fanpage.it il medico ha ricordato i giorni del picco, quando centinaia di pazienti occupavano ogni spazio libero: “È l’esperienza più intensa che io abbia mai vissuto, io mi sento trasformato”.
A cura di Simone Gorla
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"A un certo punto i malati occupavano tutta la superficie del pronto soccorso, siamo arrivati a 100 pazienti in attesa. Ci hanno sostenuto l'adrenalina e l'imperativo categorico di essere sanitari che fanno il loro lavoro. Il nostro mantra era salvare Bergamo e i bergamaschi e lo è tutt'ora". In un mese e mezzo le loro vite sono cambiate, forse per sempre. L'epidemia di coronavirus vissuta dei medici nel centro dell'emergenza la racconta a Fanpage.it Roberto Cosentini, primario della medicina d'urgenza dell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. "Vedere così tanti bergamaschi soffrire è stata veramente dura al punto di vista umano – spiega -. A un certo punto ci siamo guardati come per dire che se ci fosse stata un'altra ondata come quella precedente forse non ce l'avremmo fatta".

Cos'è successo nel pronto soccorso quando è arrivata l'ondata della pandemia?

A un certo punto i malati occupavano tutta la superficie del pronto soccorso, siamo arrivati a 100 pazienti in attesa nei giorni del picco, nella prima metà di marzo. C'erano malati ovunque, non solo nelle sale visita, negli spazi del pronto soccorso e nella nostra intensiva dedicata ai pazienti covid-19, che inizialmente avevamo predisposto per 8 malati ma poi è arrivata a 16 e addirittura a 20 nei momenti di maggiore afflusso. Ma avevamo malati anche nei corridoi e nelle sale d'attesa.

Si ricorda come è iniziato tutto?

Il primo caso è entrato nella notte tra il 21 e il 22 febbraio. Lì è partito il nostro allarme e abbiamo capito che il virus era arrivato a Bergamo, non era soltanto a Lodi e Codogno. Da allora abbiamo perso la cognizione del tempo.

Avevate capito subito l'entità di quello che stava succedendo?

Ce ne siamo accorti uno o due giorni dopo. Hanno cominciato ad arrivare persone con una febbre che era molto diversa da quella dell'influenza. Abbiamo capito che stava arrivando un'ondata, ma non pensavamo che sarebbe stata così alta. Poi c'è stata una crescita esponenziale fino ad arrivare a 80 o 90 pazienti per volta di cui l'80 per cento aveva la polmonite. Abbiamo ricoverato anche 60 pazienti al giorno, normalmente la media è di 22/23.

Come avete trovato le forze per resistere?

Nella prima parte ci hanno sostenuto l'adrenalina e l'imperativo categorico di essere sanitari che fanno il loro lavoro. Adesso l'afflusso si è un po' ridotto ci sostiene l'ottimismo. Il nostro mantra era salvare Bergamo e i bergamaschi e lo è tutt'ora. Adesso sono occupati 80 letti di rianimazione. Abbiamo cominciato un po'a dimettere perché i malati stanno meglio e a trasferire, due li abbiamo mandati in ospedale da campo.

Cosa avete imparato da questa esperienza?

Ci ha insegnato molto. Vuol dire che l'allarme ormai non deve cessare più. Se il paziente ha la febbre di deve mettere la mascherina e possibilmente se la deve mettere anche il sanitario. Non sarà più lo stesso mondo prima. È l'esperienza più intensa che io abbia mai vissuto. Non ci aspettavamo un'ondata di questo genere, ti fa capire come un uomo reagisce dal punto di vista professionale e umano a un dramma di questo genere. Io mi sento trasformato.

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